PER FRANCESCA

Era una bellissima giornata di autunno. Novembre, dicembre, venti anni fa. Di sicuro c’era il sole e non faceva freddo. Eravamo una quindicina, una domenica pomeriggio, e si doveva partire per andare in collina a fare un giro. Due, tre macchine e un paio di moto. Ci si era trovati tutti davanti ad una gelateria sulla statale, già in direzione di Vittorio Veneto. Quella volta mi ero portata la macchina fotografica, avevo da poco una storia con A. e volevo avere qualche sua foto, da tenere e da guardarmi, poi, per conto mio.
Aspettando gli altri, feci una foto di gruppo. Una foto di quelle fatte per caso, di quelle dove si dice: dai venite che facciamo una foto, e tre, quattro sono già piazzati, uno si aggiunge a destra, uno si accuccia ridendo e socchiudendo gli occhi, uno si nasconde un po’ dietro gli altri, uno si aggiunge di corsa all’ultimo momento e rimane un po’ mosso, con l’espressione divertita. Una foto qualunque, né brutta né bella, ma di un attimo felice, di un gruppo dei miei amici di quel momento, tutti tra i venti e trent’anni, prima che quasi tutto iniziasse.
Ce l’ho appesa in camera, da anni, attaccata ad un grande pannello, insieme ad altre foto che, tutte insieme, compongono un’istantanea della mia vita fino ad una decina di anni fa.
Foto qualunque, scelte apposta perché non ricordano niente in particolare, solo la vita, in quel momento.
Delle volte, prima di dormire, chiudo il libro, giro la testa a sinistra e le guardo. Ormai le conosco a memoria. A volte penso che dovrei toglierle, o perlomeno aggiornarle, perché a guardarle sembra che io sia rimasta ferma agli anni novanta. A volte le guardo una per una e mi ricordo ogni momento.

Mi chiedo che fine avrà fatto quel ragazzo conosciuto alle cinque terre, se quella casa al 165 di Gubyon Street a Londra esiste ancora, chi diavolo era quella ragazza presa di schiena insieme al solito gruppo, mi dico guarda come sembrano andare d’amore e d’accordo i miei fratelli in questa foto, e come mi assomiglia mia nipote, che figo mio padre da giovane, che bello che era M. quando ci amavamo, e sorrido a rivedere noi tre disperate sotto la tenda in campeggio.
Mi guardo sorridente e felice a tre anni, un palloncino infilato su uno stecchino in mano e il viso un po’ mosso a tirarmi indietro i capelli, e mi faccio quasi pena a pensare: povera E., così piccola e ancora tutto da fare. Scuole, esami, amori, dolori, delusioni, felicità, illusioni, disperazioni, passioni, e poi ancora delusioni e poi ancora sogni.

Poi, tante volte, ho guardato la foto di quella domenica della partenza per la gita in collina: erano in nove, tra ragazzi e ragazze sorridenti, e spesso negli anni, mentre tutto accadeva, ho pensato quanto la vita è stata dura con tutti. Ma forse non è stata particolarmente dura, è stata semplicemente vita.
Quel caos complicato e incomprensibile a cui tentiamo sempre di dare un ordine, una norma, aggrappandoci a vaghe regole, seguendo di volta in volta il così si fa, il così si dice, il tutti fanno così, o a me va di fare così.
Quell’illogicità di avvenimenti che crediamo di tenere sotto controllo inventandoci orari, tempi, rituali da rispettare che tengano a bada la nostra ansia, la nostra paura del vuoto, la nostra paura di un tempo che sembra infinito e che non sappiamo bene come riempire.
Eppure, a guardare gli occhi sorridenti e fiduciosi di quei ragazzi che ancora non sapevano, o sapevano solo in parte, sembra che nei pochi centimetri di una piccola foto a colori in formato cartolina, la vita si sia accanita, come se in un unico bersaglio avesse voluto lanciare un sacco di freccette.
Freccette malevole, cattive, empie, fatte di malattia, dolore, morte.

L’ultima è stata Francesca. Lei nella foto non c’era. Ancora non era nata, ancora non era stata neanche pensata. O forse i suoi genitori, i miei amici che erano in quella foto, già ci avevano pensato, a lei. Volevano mettere su famiglia e di sicuro ci sarebbero stati dei figli.
Francesca è morta questa mattina. Aveva solo diciassette anni e in motorino stava correndo a scuola. Ho qualche sorridente ricordo di lei bambina, bionda, riccia. Noi amici dicevamo che era G. con i capelli, per quanto somigliava a suo padre, che invece già da ragazzo era rimasto senza capelli. E poi negli anni: Francesca che era bravissima a disegnare e, come sua madre, cantava, ed aveva una bellissima voce.

Franci, non ho parole, che cosa devo dirti, ragazzina? Che cosa devo fare? Che cosa dobbiamo fare tutti quanti? Correrei lì, sull’asfalto, ti solleverei e ti stringerei forte. Se potesse bastare, come nelle favole, come nei videogames, cercherei di passarti la vita con il respiro, con il calore, con lo sguardo, con l’amore. Ti guarderei in faccia e ti direi: vivi, vivi, cazzo Francesca, dai, ti prego, vivi. Ragazzi, davvero, non lo so, che cosa vi dirò quando vi vedrò.
Franci, devo avere ancora un tuo disegno da qualche parte.
Grandi farfalle colorate.

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3 Risposte to “PER FRANCESCA”

  1. retorico Says:

    Si vorrebbe avere il potere dell’ergastolano negro nel Miglio Verde, in questi casi.

    La prosa é – ha ragione Cip – fe no me na le.

  2. anonimo Says:

    Si dice che in questi casi occorre pensare ai vivi. Ma cosa resta dopo la morte di una figlia? Poco e in certi casi nulla come le parole che non servono. A volte è meglio una carezza o uno sguardo. A volte davvero “basta il pensiero”. Poi c’è il tempo a fare il resto.
    (grazie)

  3. autorock Says:

    É bellissimo.

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