VIAGGIO ORGANIZZATO IN EGITTO

 "Italia uno!" è il richiamo per il turista italiano che, inorridendo, sento arrivare più volte da egiziani sorridenti sull’uscio delle case o delle botteghe mentre in compagnia di altri sette, otto turisti italiani con relativa guida, attraverso le strade polverose di El Quseir, alto Egitto.

Case di fango e mattoni sgretolati, viuzze maleodoranti, la spazzatura, ammucchiata da secoli ai bordi delle case, che ormai si confonde con il terreno, qualche topo che sbuca dagli anfratti tra una parete e l’altra. Ma molte case sono munite di antenna parabolica che evidentemente capta le reti Mediaset, portando il sogno italiano fatto di ballerine tettute e donne scosciate, pubblicità di automobili con l’abs, di yogurt ai fermenti lattici, biscotti senza colesterolo e telefonini di tutti i tipi tra la gente di questo villaggio del profondo Egitto.
Sulla parete di qualche casa, com’è tradizione, il disegno naif di una nave o più raramente di un aeroplano o di un camion, sottolineato da scritte in arabo, comunica al passante che il proprietario ha realizzato uno dei precetti del Corano: il viaggio alla Mecca, che ogni mussulmano dovrebbe compiere, almeno una volta nella vita.
Chi ha potuto ci è andato in aereo, chi non ha soldi ci è andato in traghetto o con altri mezzi. Una sorta di graffito urbano egizio, così lontano nei contenuti dai graffiti nelle periferie delle città dell’occidente, ma così vicino nella forma e nei colori netti e precisi.

El Quseir sorge in mezzo al nulla sulla costa del Mar Rosso a quattro ore di pullman da Luxor. Tutto intorno è deserto. Nasce come colonia italiana, quando, agli inizi del 900 gli italiani cominciarono a sfruttare le miniere di zolfo dei dintorni. Poi negli anni 60 gli egiziani decisero di privatizzare l’attività, le cose non andarono bene, gli italiani se ne andarono e gli operai egiziani cominciarono a fare i pescatori anziché i minatori.
L’ex fabbrica dei vecchi italiani imprenditori è rimasta l’attrazione locale, da far visitare ai nuovi italiani turisti che vengono a soggiornare nei villaggi vacanze sorti nel deserto pietroso e sabbioso sulla costa nel raggio di una quarantina di chilometri dall’aeroporto di Marsa Alam.
In realtà non c’è nulla da vedere se non una costruzione cadente in un desolato piazzale color ocra dove si accumulano rottami e vecchi macchinari arrugginiti, gli uffici impolverati del direttore della miniera, con i suoi vecchi libri ingialliti (una storia del conte di Cavour, qualche manuale tecnico e una dozzina di romanzi di sconosciuti) appoggiati sulla scrivania, un paio di cartine appese ai muri degli uffici, con i grafici dell’andamento dell’attività della miniera e una consunta carta geografica dei primi del novecento dove il Mar Rosso si chiamava ancora Mar Haeritraeum.

Sulla via principale di El Quseir, quella dove, secondo la descrizione del catalogo, si potranno fare acquisti al mercatino locale, i negozietti di souvenir più ricchi hanno insegne come: "Il grande fratello" o "Vacanze romane". Ogni egiziano dai tre anni in poi sa dire almeno "ciao amico" e "ciao bella, come stai? Come ti chiami? Da dove vieni?" tutti hanno almeno un fratello o un cugino a Milano, a Roma, a Firenze, a Voghera. Pensano che Frosinone o Pistoia o Biella o San Giovanni a Teduccio siano bellissime, che tutte le italiane amino molto "fare l’ammOre " (con la O larga), che da noi siano tutti pieni di soldi e che si possa comunque fare business. Tutti ti chiedono qualcosa: un euro, due euro, se hai caramelle, se hai da cambiare le monete in banconote, se vuoi cartoline, se vuoi comprare statuine di basalto, scarabei di marmo, piramidi di alabastro, faraoni in onice, passeggiate in dromedario. Tutto fino allo sfinimento.

Si tratta dell’escursione di mezza giornata del costo di 10 euro, organizzata dal tour operator che gestisce il villaggio vacanze dove siamo alloggiati. Partecipo all’escursione per disperazione, per uscire dal villaggio in cui sono confinata da quattro giorni, perché, anche volendo, non c’è altro da fare.
Sono una spacciatrice pentita di viaggi organizzati e me lo merito. Ho vinto un viaggio a Marsa Alam, mar rosso, Egitto. Poiché l’anno scorso ho venduto tanti pacchetti in questo posto, ho l’occasione di venirci per una settimana gratuitamente, all inclusive. Ma siamo fuori stagione, fa ancora freddino, c’è crisi, e alla fine ci ritroviamo in una ventina di persone, compresi gli animatori, in un villaggio da 500 posti. Trascorro giorni di straniamento e di sperdimento, chiedendomi che lavoro faccio, perché lo faccio, dove mando la gente, e soprattutto perché la gente che mando qui torna contenta.
Il villaggio è molto bello, direttamente sulla spiaggia. Insomma, direttamente dal deserto al mare, perché questa non è una spiaggia, è dove il deserto orientale egiziano arriva al mare. Piccole costruzioni di sei/otto camere tra aiuole curatissime con prato verde Irlanda, costantemente annaffiate da un esercito di inservienti egiziani. Al villaggio di El Quseir arriva l’acqua due volte la settimana, ma qui abbiamo i prati all’inglese.

Abbiamo almeno 10 camerieri per persona e tutti, quando io e la mia amica li incontriamo, con occhiate di fuoco ci fanno la radiografia. Sono tutti uomini quelli che lavorano nel villaggio. Vengono da Luxor, da Assuan, da El Quseir. Gli uomini di origine nubiana, dell’alto Egitto, al confine con il Sudan, sono i più scuri, quelli che parlano meno italiano e hanno le mansioni più umili. C’è sempre un sud del sud.

L’unica donna è una manager vestita all’occidentale che forse per farsi ascoltare da questo esercito di uomini sembra urlare e comandare di continuo. Ma parla in arabo e forse è solo una mia impressione. Tuttavia, come in altri paesi di cultura mussulmana provo la spiacevole sensazione di essere soppesata e valutata solo come femmina, nel senso di atta alla riproduzione o a generici e sconosciuti piaceri fisici in qualità di donna italiana amante del "fare l’ammOre", e nulla più.
Di sicuro qui non è rappresentata tutta la società maschile egiziana, ma solo una piccola parte, ma l’effetto è pesante.
Anche la normale richiesta di un caffè viene accompagnata da un risolino, da un battito di mani sotto gli occhi, da scherzetti che una volta qui da noi si sarebbero detti da prete.
Reagisco sorridendo, anche se vorrei prenderli per il collo. Mi vengono in mente i nostri seminaristi di una volta, con la differenza che qui i più smaliziati pensano davvero che le donne italiane siano tutte in cerca di sesso o di avventura. Effetto della televisione, dell’avanzata del turismo sessuale che ora coinvolge anche le donne o di incomprensioni ed equivoci tra codici diversi di comportamento ? difficile dirlo, ma l’effetto, tra aspettative e immaginazioni inevase e timori di fraintendimento, crea situazioni ridicole e complicate.

I più timidi invece fanno tenerezza, perché sono molto rispettosi. Anche loro non sanno bene come comportarsi ma il messaggio che arriva senza parole è quello di ammirazione, curiosità, rispetto e ospitalità. Said, il nostro housemaid (come dice il cartellino sulla divisa), termine che di solito, nell’hotellerie internazionale si usa per le cameriere, ma che qui viene riciclato per gli uomini, è il tenero rappresentante degli egiziani timidi.
Per sette giorni, nel rifare la camera, ha raccolto petali di fiori nelle aiuole del villaggio e li ha sparsi sui cuscini. Ogni sera ci ha fatto trovare sui letti un qualche animale costruito di asciugamani. Una specie di origami egizio.
Il più bello è stato il coccodrillo dell’ultima sera. Cinque o sei asciugamani arrotolati con maestria per fare le zampe, il corpo e le fauci del temibile coccodrillo del Nilo. La cosa più tenera e ingenua era che a tenere aperte le fauci c’era il telecomando.

Nel villaggio, a gestione italiana, tutti i camerieri, gli impiegati o gli addetti che hanno un rapporto più ravvicinato con i clienti si presentano con un nome italiano.
Hassan, l’aiuto bagnino, un ragazzo magro magro e scuro, vestito alla buona, senza la divisa degli inservienti, in spiaggia, portandoci all’ombrellone, si presenta come Valentino. Come tutti, sa qualche parola in italiano. La nostra reazione è un po’ sconcertata. Gli chiediamo: "ma come Valentino?! Qual è il tuo vero nome? " Gli si accendono gli occhi e sorride, fiero dei suoi antenati, dicendo: Hassan e una fila di altri nomi in arabo. Ma si corregge subito, affermando: "ma io sono Valentino". Recuperato il ruolo professionale che gli è stato assegnato, si allontana, e torna con un piccolo paguro che appoggia delicatamente sulla sabbia. Si accuccia come un ragazzino felice a mostrarci, con un sorriso sdentato da bambino, come il paguro rovesciato a pancia in su riesca a raddrizzare la sua conchiglia con piccoli, cauti zampettii, e se ne va, lasciandoci il suo regalo.

Il giovedì il programma prevede l’escursione di un’intera giornata a Luxor. Il viaggio in pullman da Marsa Alam a Luxor dura quattro ore con delle soste programmate lungo il percorso. Il punto di incontro con gli altri turisti provenienti da Hurghada, è nei pressi di Safagha.
In un immenso piazzale nel deserto, attrezzato di punto di ristoro, negozietti e bancarelle di souvenir e decine di servizi igienici, in un’enorme, organizzata confusione, centinaia di turisti russi, scandinavi, italiani, tedeschi, scendono dai pullman, ansiosi di conquistare un posto nelle file per il bagno e per la colazione. Da Safagha in poi sarà solo deserto, hanno avvisato gli accompagnatori. Dopo una ventina di minuti, soddisfatti i bisogni primari dei turisti, tra foto scattate in mezzo alla polvere del piazzale e ai gas di scarico dei pullman, i richiami delle guide e dei venditori di souvenir, la moderna carovana si rimette in moto.
Settanta, ottanta pullman in colonna, scortati da due macchine della polizia, si snodano lungo la strada per Luxor. Come ci conferma la guida, presto ci accorgiamo che la polizia non ha funzioni di antiterrorismo, come molti pensavano, ma di prevenzione degli incidenti stradali che la guida spericolata degli autisti egiziani provocherebbe.

E finalmente mi riconcilio con l’Egitto. Una natura grandiosa sfila davanti al mio finestrino del pullman e impone la sua bellezza. Il deserto pietroso, dorato dalla luce radente del mattino, si stende dal ciglio della strada fino all’orizzonte, attraversato da innumerevoli dune e rilievi di sabbia. Tutte le domande e tutte le risposte stanno lì. Per chilometri nel silenzio del pullman, i miei compagni di viaggio addormentati, rimango finalmente incantata e persa nella solennità del deserto che a poco a poco lascia il posto a montagne imponenti ed austere. Sono in Egitto.
Poi, mi addormento anch’io.

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9 Risposte to “VIAGGIO ORGANIZZATO IN EGITTO”

  1. agomast Says:

    Bello sette piu’.

  2. anonimo Says:

    L’ho letto a mozzichi (lo leggerò tutto quando avrò più tempo), ma bello 🙂
    (Marino)

  3. Wynck Says:

    Tutto molto bello, da 8 ma ti darò 2.
    E ti spiego perchè.
    Perche se vuoi conoscere un luogo non ci devi andare con i Tour Operator.
    Ci devi andare da sola o con gente del luogo.
    Ed evitare di vedere i luoghi che fanno vedere ai turisti.
    Sennò tanto vale non andarci .

    🙂

    W

  4. dipocheparole Says:

    Wynck, perfettamente d’accordo. Quello in Egitto era un viaggio di lavoro ed ero per forza con un Tour Operator: ero io il Tour Operator!
    Però, poi, mi sono presa la rivincita e ho fatto il giro del mondo da sola…;)

  5. toniq Says:

    ho fatto l’identico viaggio qualche anno fa; ho gustato il tuo resoconto, pieno di acute osservazioni (in particolare sul modo di guardare le donne); ti voglio dire però 2 cose.
    1) il bello di ‘cattedrali nel deserto ‘ come gli alberghi di Quseir ( e in genere di tutta la costa, giù giù fino a Berenice) sta nelle immersioni ! Sotto il mare ci sono “I giardini di Allah”, non so se mi spiego! Secondo me non ha molto senso una vacanza sulla costa del Mar Rosso, senza le immersioni, anche per una tour operator in vacanza.

    2) Quando sei a Luxor, oltre alla bellezza indicibile del Sahara, c’è la Valle dei Templi ! (Lì potresti essere colta dalla sindrome di Stendhal)

  6. dipocheparole Says:

    toniq, hai ragione, ho visto cose che voi umani ecc.ecc. sotto l’acqua, facendo solo snorkeling perchè non amo fare immersioni e devo dire che quello dovrebbe essere lo scopo del viaggio sulla costa del mar rosso. Quanto a Luxor hai ragione pure lì. (ma non si chiama la valle dei re?), vabbè comunque è vero. E’ che ci sono trOOppi turisti.

  7. toniq Says:

    naturalmente è la valle dei Re! Scusa, sono assolutamente rincoglionita 😦
    (la Valle dei Templi è quella vicino ad Agrigento, coi templi della Magna Grecia)
    Ciao, ripasso quando parli delle Laccadive ( ché le Maldive io le snobbo, oramai…ci sono anche lì trOOppi turisti )

  8. dipocheparole Says:

    Le Laccadive!! caspita. Allora devi aspettare che ci vada! Oh, mica posso essere stata ovunque:)

  9. anonimo Says:

    Straordinario racconto.
    La verità è che ci è rimasto poco di genuino e reale.
    A volte lo scorgi nelle piccole attenzioni di un popolo e vorresti essere invitato a casa per capire chi è….in fondo il viaggio è approfondire le nostre curiosità, conoscere…ma il pacchetto vacanza va in un’altra direzione…
    Forse, tra 100 anni, i resort saranno i nuovi templi da visitare..

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