DIVERSAMENTE BENESTANTI

A T., l’ottusa e ricca cittadina dove vivo, è proibito da qualche anno l’accattonaggio, e difficilmente capita di incontrare per la strada qualcuno che chieda l’elemosina.
Non esistono poi venditori ambulanti abusivi:  niente senegalesi con lenzuola coperte di borse finto Fendi, finto Gucci o finto Luisvuitton, né cinesi con giochini semoventi, sudamericani con maglie colorate e bigiotteria, magrebini con cd pirata, né tantomeni lavavetri agli incroci. È proibito e basta. Punkabbestia mai esistiti, zingari rarissimi: ogni tanto appare una vecchietta similzingara con un bicchierino di carta proteso verso i passanti, si siede mesta e cantilenante davanti ad una rinomata gastronomia del centro, ma fa solo un part time. Finito il turno, sparisce.

Ultimamente, gli unici ambulanti sembrano essere i venditori di rose cingalesi o filippini, che la sera appaiono veloci e discreti fra i tavoli dei ristoranti, fanno quelle due orette di lavoro, tanto per arrotondare, e poi forse tornano a indossare la giacca bianca da cameriere o la livrea verde da custode in qualche casa privata. Forse sono tollerati come novelli cupidi, o forse a quell’ora i vigili hanno finito il turno e nessuno può intervenire per fustigarli o deportarli, o stai a vedere che la provincia li ha assunti con contratti a progetto per dare giusto quel tocco di colore.
Comunque, sta di fatto che in giro per la città è difficile incontrare qualcuno che abbia l’apparenza del portatore di indigenza, del diversamente benestante insomma.

Torino quindi, ora che la frequento regolarmente, mi mette in crisi, e come chi da lungo tempo non pratica un’abitudine, non so più come comportarmi con i non abbienti.
Ieri pomeriggio, in una piazzetta del centro, nei pressi di Piazza San Carlo, una signora bionda, tenendo premuto un piede sulla leva che tiene aperto il coperchio, frugava in un cassonetto per la raccolta del secco. Era in ciabatte e senza cappotto, come una che abbia appena urlato al marito: "Mario, guarda che vado a portar giù la spazzatura!", e sia scesa di corsa così com’era. Una signora qualunque, vestita di abiti normali, quelli che mia madre definisce da casa, se non fosse stato per le calze vistosamente smagliate. Teneva alta, nella mano sinistra, una camicia azzurra un po’ stropicciata e sporca, e con l’altra mano frugava tra i sacchetti.
Nella sorpresa di vedere qualcuno che nel 2007, nel centro di una città italiana frughi tra le immondizie, l’ho guardata forse per un attimo di più, ma abbastanza da farla girare verso di me con un’espressione da "che cazzo vuoi?".
Ho cercato di non girare subito lo sguardo altrove come di chi non volesse vedere o disapprovasse, ma cercando di mettere in piedi uno straccio di contatto umano. Forse comunque mi era ostile, forse la stavo imbarazzando, forse avrebbe preferito non essere guardata, forse vedeva solo curiosità o contrarietà nel mio sguardo. Comunque di sicuro ci avrebbe visto quello che voleva vederci lei.

Ho pensato: mi fermo e le do qualcosa. Ma cosa? Ma quanto? Da un euro (ma vergognati), sono passata velocemente a dieci euro. Sì dieci andava bene. Dieci? Che se ne fa di dieci euro una che fruga nella spazzatura? Almeno venti. No, venti sono troppi. In un attimo ho cercato un bilancio tra il mio reddito, attualmente nullo, e il bisogno di una persona che rovista i cassonetti, tra l’impulso a fare qualcosa e il timore di offendere, tra quanto valevano per me dieci euro e quanto potevano valere per lei. Ma, e poi, li avevo in moneta? O una volta aperto il portafogli mi sarei trovata davanti un foglio da 50 euro interi? Mica potevo chiederle il resto. In un attimo era già troppo tardi per tutto. Sentendomi una codarda ho proseguito per la mia strada pensando che magari l’avrei rincontrata, magari al ritorno, magari un altro giorno. O magari mi stava seguendo lei intuendo i miei pensieri. Alla fine mi sono data della scema e ho chiuso lì.

Così, oggi, quando in stazione mi si è avvicinata una tipa e mi ha chiesto se potevo darle gli ottanta centesimi che le mancavano per fare il biglietto del treno, non ho esitato.
Ho cercato nelle tasche del cappotto mentre lei mi guardava con uno sguardo un po’ fisso e un po’ vuoto. Era una donna sui quaranta, ma forse erano trenta, grassoccia, un viso bianco, tondo, tra una nuvola crespa di capelli scuri, gli occhi truccati di nero e una strana gonna di maglia traforata che pendeva da tutte le parti. Le ero quasi grata per aver stabilito lei la cifra, con una richiesta così precisa da esperta di marketing. Mi toglieva dall’imbarazzo della valutazione economica e pure ero sicura di farla contenta. Con solo ottanta centesimi saremmo rimaste soddisfatte tutte e due. Facilissimo. Ero talmente contenta che cercavo proprio gli ottanta centesimi e mentre lei mi guardava, stavo contando le monetine nel portafogli, quando improvvisamente mi sono vista, mi sono fatta pena e le ho dato l’euro che avevo già in mano.
Si è allontanata veloce sussurando un grazie. L’ho guardata per un attimo mentre fissava il tabellone delle partenze, cercando di capire. Magari era vero che doveva fare il biglietto. Magari no, non sembrava messa così male. Per la terza volta in poche ore mi sono data della cretina: ma tu andresti in giro a chiedere l’elemosina se non ne avessi bisogno?

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2 Risposte to “DIVERSAMENTE BENESTANTI”

  1. retorico Says:

    Il nick inganna: le parole sono tante (per i miei gusti) ma, lode a te, non ne ho trovata una fuori posto.

  2. anonimo Says:

    Io ho la sgradevole sensazione di chiedere l’elemosina ogni volta che faccio la spesa al supermercato… ogni volta più “discount”… ogni volta meno di qualità, cercando disperatamente di arrivare a tre quarti del mese senza rovinarmi lo stomaco.

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