PORNOGRAFICO COME 100,00 EURO AL MESE DI FISSO

Qualche giorno fa ho risposto ad un annuncio pubblicato su un giornalino locale: "Importante società settore culturale seleziona signora minimo 40 anni per contatti telefonici. Necessaria perfetta dizione italiana". Sapevo già a cosa andavo incontro perché tanti anni fa, da studentessa, scandagliando gli annunci di ricerca di lavoro, mi ero già imbattuta nella avvilente realtà dei profittatori di giovani speranze, negli sfruttatori dell’inesperienza e della disperazione altrui e nei maneggioni ed opportunisti che infestano gli annunci economici.

Mi ricordo in particolare di due, tre proposte di lavoro: un mobilificio che cercava di convincere noi piccola platea di aspiranti agenti commerciali, come da annuncio, ad andare in giro per le chiese della provincia per interrogare sprovvedute perpetue o parroci ottuagenari, o nei negozi di bomboniere o parrucchiere a torturare le titolari, promettendo loro delle tangenti, per carpire nomi ed indirizzi dei futuri sposi e proporre loro camere matrimoniali in massello, cucine in arte povera e tinelli attrezzati.

Un altro brutto episodio fu una sorta di miniplagio di un gruppetto di ragazzi appena diplomati, in cui avendo 26 anni e una laurea mi ritrovavo ad essere la più anziana e la più acculturata, a cui veniva offerto un misterioso lavoro che veniva definito un’interessante iniziativa culturale. Avevano allestito pure un piccolo corso di tre giorni alla fine del quale avrebbero rivelato in cosa consisteva il lavoro. Si era creata una sorta di aspettativa, tra test psicoattitudinali, discorsi alla Millionaire, promesse di guadagni ingenti, ragionamenti sulla creazione di capiarea, capidistretto e capideicapi e capissimi, e, anche se nella ciurma, pur intimidita dalla messinscena, serpeggiava il sentore della fregatura, nessuno osava chiedere di più.

Alla fine della seconda mattinata di lavaggio del cervello, quando avevo cominciato a capire che non si trattava di altro che del solito lavoro di vendita di dispense per corsi di lingua porta a porta, come ancora si usava in quegli anni, mi alzai, dissi che la cosa non mi interessava e stavo per andarmene quando il capetto di turno cominciò a investirmi di una serie di critiche umilianti: me ne andavo perché non avevo coraggio, non avevo le palle per affrontare un lavoro che mi avrebbe dato mille possibilità e un futuro raggiante, ero una poveraccia che si credeva chissà chi perché avevo una laurea, ma in effetti non avrei mai combinato nulla di buono. Rimasi raggelata, annichilita da quella violenza ebbi solo la forza di girarmi verso le facce spaurite degli altri ragazzi, dissi loro di scappare finché erano in tempo, aprì la porta e me ne andai. Uscì con lacrime roventi di rabbia e di umiliazione che mi bruciavano gli occhi, solo dopo capì che aveva dovuto distruggermi per mantenere l’ascendente sugli altri ragazzi. Ma purtroppo, mi stavo solo facendo le ossa.

Seguirono: proposte di recupero crediti, in giro per le campagne a minacciare chi non aveva pagato le rate di una finanziaria, accompagnata da un tipo un po’ strano come scorta, proposta di lavoro come segretaria di direzione multilingue che si rivelò un semplice lavoro di dattilografa in un bugigattolo ad una cinquantina di chilometri da casa.

Il paterno titolare di una grossa ditta di ferramenta in cui feci la prova di dattilografia su una monumentale macchina da scrivere elettrica per diventare corrispondente commerciale in inglese, mi guardò con simpatia, mi disse che l’inglese andava bene, ma che non potevo fare la segretaria battendo a macchina con due dita e mi consigliò un corso di dattilografia. Ogni tanto penso che dovrei andare a ringraziarlo perché grazie a lui feci il corso e oggi uso dieci dita.

Ricordo invece il titolare di un’agenzia di viaggi di Mestre a cui portai il mio curriculum, avevo deciso di girare tutte le agenzie dei dintorni per propormi come aspirante agente di viaggio, che, dopo avermi ascoltata mi disse: "Ma lei, come mai è ridotta così?" "Così come?" gli chiesi sbalordita. In fondo mi ero appena laureata con un ottimo voto, avevo 26 anni, bella presenza e avevo pure messo i miei vestiti migliori. "Così, ad andare in giro per le agenzie in cerca di lavoro". Non mi ricordo cosa gli risposi, all’epoca ero ancora troppo timida per uccidere con una risposta un imbecille. So che anche quella volta me ne tornai a casa con la coda tra le gambe.

Alla fine di tutto questo peregrinare, i lavori più interessanti che riuscì ad ottenere in quel periodo furono le ripetizioni di inglese a studenti rimandati a settembre e le interviste per le ricerche di mercato: me ne andavo in giro sul motorino di un’amica con una grossa borsa piena di cracker del Mulino Bianco che stava allora lanciando l’innovazione del cracker in vari gusti. Giravo per le case, suonavo i campanelli, entravo nella vita delle famiglie, lasciavo giù i cracker e tornavo una settimana dopo a chiedere com’erano quelli al rosmarino e lasciare quelli all’origano. Venti anni fa la gente ancora apriva la porta e lasciava entrare in casa una sconosciuta sudata, spettinata e piena di cracker. Mi facevano sedere in cucina, i bambini che facevano i compiti al tavolo o che mi giravano intorno incuriositi, mi offrivano un’aranciata o un caffè, e mentre si parlava di friabilità o di freschezza, e di come la nonna o i bambini avessero apprezzato il rosmarino, le donne si lamentavano dei mariti o mi paragonavano alle loro figlie anche loro poverette in cerca di lavoro dopo aver tanto studiato o sposate da poco e già incinte.

Imparai tutto anche sugli pneumatici da moto, a mescola dura o mescola morbida, imparai tutto su carta igienica e sughi di pomodoro e poi passai ad altro.

Finì anche a fare la "redattrice" proprio nel giornalino di annunci economici. Dovevo scrivere piccole recensioni sulle mostre locali, sugli spettacoli e sui concerti. Partecipavo anche alla trascrittura degli annunci dalle cassette registrate in segreteria telefonica a foglietti che poi venivano ricopiati in fotocomposizione: creavamo il giornale appiccicando su fogli di carta, foto, annunci, titoli, pubblicità e i miei articolini in una sorta di collage vinilico. A pensarci sembra l’età della pietra.

Quando osai chiedere di essere assunta come mi era stato promesso da mesi, fui licenziata in tronco. Era la vigilia di Natale. Il capo, incazzato per il mio ardire, si alzò, andò nella stanza a fianco e annunciò agli altri schiavi: salutate la E. che se ne va. Io presi la mia penna stilografica dalla scrivania, non avevo altro, e me ne andai. Ma fu una fortuna, perché con i soldi che mi versò dopo la vertenza sindacale che gli scatenai contro, mi comprai la mia prima auto.

Ci furono poi tre mesi per una sostituzione in un ufficio contabile dove, dopo giorni e giorni di noia mortale e sbadigli interminabili chiusa in un gabbiotto di vetrocemento all’interno di un capannone perso nella campagna veneta, a cercare di far quadrare fatture di compravendita di scarpe, riuscì perfino a farmi crollare addosso lo schedario. L’altra impiegata, mi aiutò a sollevarlo e a rimetterlo in piedi, mi guardò con compatimento scuotendo la testa e senza dire nulla tornò a sedersi alla sua scrivania.

Decisi che non ero fatta per quel lavoro, mi licenziai e approdai al turismo.

Il resto è storia recente, anche se è durata diciotto anni e dall’età della pietra, delle macchine da scrivere e delle prenotazioni fatte per telefono alle compagnie aeree sperando di prendere la linea e di trovare l’impiegato giusto dell’Alitalia che quel giorno lì avesse voglia di parlare e di prenotare i voli richiesti, siamo arrivati ad internet e ai biglietti elettronici, passando per un continuo adeguamento neuronale di competenze e un continuo aggiornamento di capacità.

Chiusa l’esperienza del turismo, in attesa che il direttore di Repubblica, o anche la Stampa, o il Corriere, ma mi accontento anche di quotidiani locali, via, dicevo, in attesa che i direttori sopracitati mi offrano un posto da corrispondente estero o anche da donna delle pulizie, e che un editor dell’Einaudi o della Feltrinelli passi di qua, mi legga, e mi offra di correggere bozze, di pulire i pavimenti, o di pubblicare il mio libro, ho cominciato a scorrere gli annunci economici.

Sarà anche perché sono stanca di adeguamenti ed aggiornamenti, che l’altro giorno ho deciso di rispondere ad un sano vecchio annuncio truffaldino. Ormai so come vanno le cose, nessuno mi caccerà più via con gli occhi pieni di lacrime brucianti di rabbia o di umiliazione, casomai mi farei una bella risata, ed ero quasi curiosa di vedere se le cose vanno oggi come venti anni fa.

Così, preso un appuntamento, mi sono presentata all’importante società del settore culturale di cui parlavo prima. Una gentile signora mi ha accolto e mi ha descritto l’attività della società che vanta decine di sedi in tutta Italia e si definisce agenzia di spettacolo. In realtà la società si limita a mettere in contatto compagnia teatrale, teatro o cinema ospitante e una qualche associazione che ha bisogno di ricevere beneficenza da privati. Il lavoro che mi veniva offerto era la vendita telefonica di biglietti di spettacoli teatrali, il cui ricavato, una parte del ricavato, sarebbe andato ad una associazione che si occupa di assistenza ai malati o di ricerca medica. Le chiesi: "È previsto un fisso?" "Certo, è previsto un fisso di 100,00 euro mensili per un part time di 4 ore, e poi ci sono le commissioni". "Aah, le commissioni? Di quanto?" "Diamo il dieci per cento sulla vendita di ogni biglietto, se lo vende a nuovi clienti e invece diamo il quindici o anche il venti per cento sulle vendite ai vecchi clienti!" mi disse come se mi stesse proponendo un affare. Cercai di fare un rapido calcolo: i biglietti costavano 15,00 euro per lo spettacolo pomeridiano e 25,00 per lo spettacolo serale. Insomma se riuscivo a vendere due, tre biglietti potevo anche arrivare a 5, 6 euro ogni decina o ventina di telefonate. Mi venne in mente di chiederle: "ma il guadagno è lordo o netto?". Fu onesta: "Guardi, noi facciamo un contratto, ma siccome tanto non raggiunge il minimo per la denuncia dei redditi, se vuole a fine anno lo possiamo anche stracciare".

Sono uscita che non sapevo se ridere o incazzarmi con il mondo. Un’amica esperta di queste cose mi ha pure detto che pagano tanto.

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