PORDENONELEGGE

La ragazza che è rimasta in piedi vicino a me all’incontro con il famoso anziano poeta francese, rimpiange di aver messo i tacchi da dieci centimetri questa mattina, e si agita cambiando posizione, fino a quando, dopo una ventina di minuti, abbandona la sala ticchettando sui sandaletti, seguita dagli sguardi discreti degli uomini presenti. La sala, decorata di stucchi settecenteschi, e illuminata da un grande lampadario di cristallo, è strapiena, e in molti siamo rimasti in piedi.

Non so niente di poesia, sono qui per curiosità, e forse sono la più ignorante tra i partecipanti a questo incontro, e anche la più distratta tra questo piccolo, attentissimo pubblico di appassionati che segue con il collo teso, in assoluto silenzio, sorridendo beatamente tra sé, o assentendo gravemente, le parole in francese, deformate dal microfono, strappate a forza all’età e alla fatica dal vecchio poeta. Mi perdo nel ricordo infantile della voce cavernosa di un Ungaretti in bianco e nero che leggeva i versi di Omero all’apertura dell’Odissea televisiva , e cerco poi di seguire la traduzione accurata dell’interprete che ce la mette tutta, ma che vanifica ogni pathos leggendo i suoi appunti stenografati con la voce indifferente dei conduttori dei telegiornali, quando sembra che proprio facciano apposta a fare le pause nei punti sbagliati del discorso. Poco male, gli appassionati applaudono felici.

Nel piazzale sottostante, all’aperto, tra file di seggioline bianche, tutta un’altra atmosfera: il famoso scrittore diretto e ruspante ma autentico, strappa l’applauso di un pubblico vario e domenicale, fatto di famiglie che si fanno spazio tra la folla spingendo il passeggino, bambini che si sbrodolano di gelato, ragazzi con il sacchetto giallo dei libri appena acquistati alle bancarelle in piazza, coppiette abbracciate e amici di mezz’età con il pullover arrotolato in vita e la faccia da insegnante. Al teatro comunale, nello stesso momento, la popolare scrittrice raduna mille persone silenziose e attente, pronte a seguire le sue parole schive e veloci, a sorridere degli aneddoti strappati dal conduttore e ad applaudire un po’ televisivamente ma in modo affettuoso le tracce timidamente rivelate di una sua vita privata. Due giorni prima, nello stesso teatro, all’inaugurazione, il provocatorio scrittore, ha suscitato un pandemonio tra organizzatori, amministratori e finanziatori della manifestazione, spogliandosi in pubblico, criticando Chiesa, televisioni, classe politica, e chiedendo ai politici regionali di finirla con le ipocrisie e perfino di fare coming out dichiarando la loro nota omosessualità. Grande favore di pubblico, grandi applausi e grandi risate, grandi titoli sul giornale locale, protesta vibrante dell’assessore leghista che si dichiara disgustato, chiede un ripensamento sui finanziamenti e un controllo sulle scelte del programma. Finte e dovute scuse dell’organizzazione.

Sono solo alcuni dei tanti incontri, circa centottanta, con scrittori, poeti, critici letterari, linguisti, politologi, registi, filosofi, storici e giornalisti, noti e sconosciuti, italiani e stranieri, ristampati o appena pubblicati, dei quattro giorni di Pordenonelegge, conclusasi domenica 23 settembre.

Un piccolo, ma neanche tanto piccolo, festival di letteratura, anzi, una festa del libro con gli autori, come la chiamano gli organizzatori, una bellissima occasione per rifarsi le orecchie, la mente e la vista, ignorata ampiamente, salvo brevi e scarsi cenni, da televisione e quotidiani nazionali come una piccola manifestazione di frontiera.

E qui, a Pordenone, dalla frontiera in effetti non siamo molto distanti, un centinaio di chilometri. Ma la frontiera per chi ignora Pordenonelegge non è geografica. È una periferia mentale, e in periferia, si sa, non succede mai niente.

"(…) Pordenone si è vestita in fretta. Fino all’altro ieri era nuda e non aveva specchi. Venezia è lontana, Trieste pure. Da Udine non ha mai voluto copiare. E allora è uscita così: le scarpe col tacco, la tuta da ginnastica, il rossetto fucsia, il cerchietto in testa. (…) È nata dal niente, piccolo azzardo del Nevada friulano, e solo ciò che è stato niente può diventare tutto." Così parla di Pordenone lo scrittore Mauro Covacich, triestino, regalandoci la descrizione perfetta di una cittadina a metà strada tra veneto e frontiera, tra mare e montagna, tra la piccola e grande industria e l’agricoltura. Solo sfiorata dalle grandi tragedie di queste terre: il Vajont nel 63 e il terremoto del 76, Pordenone da’ proprio l’idea di una città che non ha ancora capito bene dove vuole andare, ma che, come una ragazzina nata solo mille anni fa, quando si chiamava Portus Naonis, sa che può andare dappertutto.

Arrivando dalla stazione, in due minuti si passa da un vialone anonimo punteggiato di brutti condomini piastrellati, alle belle strade del piccolissimo centro storico, ricco di bei palazzi antichi e di un originale Palazzo Comunale di forme gotiche, un mini palazzo ducale di pianura, che non si specchia nella laguna ma su una piccola piazza, con in cima perfino due mori, ma bianchi, che ad ogni ora segnano il tempo battendo sulla campana civica. Si fanno altri due passi e c’è un mini Beaubourg: il nuovo teatro Verdi, una bella struttura di ferro e calcestruzzo, foderato all’interno di legno di ciliegio e velluti rossi, inaugurato solo due anni fa sulle polveri del vecchio teatro, (che stranamente, come spesso accade per i teatri, non andò a fuoco, ma fu demolito) e ancora profumato di nuovo. Le strade del centro, come ormai dappertutto, da Bologna a Stoccolma, da Trier a Pordenone, sono luccicanti delle vetrine dei soliti franchising di negozi di moda, accanto, però, a piccole botteghe locali e improvvisi varchi tra i palazzi su cortiletti interni chiusi tra case di paese.

Tutta la città partecipa al suo piccolo festival, le vetrine sono inondate di giallo, il colore della manifestazione, e di belle e fantasiose elaborazioni sul tema libro e scrittura. Le librerie, una dozzina, e mi sembrano tante per gli standard italiani, per una cittadina di cinquantamila abitanti, sono tirate a lucido e fungono da punto di informazione, insieme ai tantissimi ragazzi volontari, arruolati nelle vesti di angelo di pordenonelegge (maglietta gialla con due alette bianche sulla schiena) richiamati per dare indicazioni al pubblico.

Per una volta, anziché automobili, formaggi o salumi, come spesso accade in provincia, un manipolo di coraggiosi, ostinati e ottimi organizzatori, da otto anni, con l’appoggio della camera di commercio, della regione, della provincia e di qualche finanziatore, riesce ad esporre libri e cultura, e a portare dal nulla una media di centomila persone, in crescendo negli ultimi otto anni, a parlare di narrativa, poesia e linguistica.

E riconcilia un po’ con il mondo vedere centinaia di persone attente, silenziose e interessate assistere ad incontri con sconosciuti linguisti, poeti e filosofi, e porre domande intelligenti, e sorridere, e argomentare. Senza prevaricare, insultare e denigrare.

Ma chi siete? E dove diavolo state di solito?

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