ITALIA PIÙ GIAPPONE DIVISO DUE

Il 95,333 per cento delle persone, amici, parenti e conoscenti, che ho ritrovato al ritorno dal mio giro del mondo, mi ha posto essenzialmente tre domande: 1) com’è andata? 2) qual è stato il posto più bello che hai visto? 3) e adesso cosa farai?

Risposto "benissimo" alla prima, sorvolando su bronchiti infinite, svenimenti nel deserto e altre amenità, svicolato sull’ultima, la seconda domanda mi metteva invece sempre in serio imbarazzo, perché era come da bambini quando ti chiedevano: ma vuoi più bene alla mamma o al papà?

Quindi ogni volta, me ne venivo fuori con una risposta diversa, sapendo di fare comunque torto ad un sacco di situazioni, di paesaggi, di momenti entusiasmanti, commoventi, che mi avevano lasciato con il cuore in gola per l’emozione o con i brividi per la consapevolezza di stare vivendo un momento unico che non si sarebbe più ripetuto, o con l’euforia e l’ebbrezza di stare quotidianamente realizzando a manciate i sogni di una vita.

Passato ormai più di un mese dal mio ritorno, quando nei momenti di depressione sedentaria mi chiedo dove tornerei, la risposta è senz’altro il Giappone.

Il Giappone è come uno sconosciuto di bell’aspetto che incontri in treno, con cui scambi due parole, che ti da’ risposte sorprendenti, e di cui cominci a chiederti che tipo di persona sia, da dove arriva, che passato ha, visto che, piacevolmente, per una volta, non riesci a inquadrarlo in nessuna delle categorie mentali che l’esperienza ti ha fornito. E quando scende alla fermata prima della tua, ti lascia una gran curiosità e una gran voglia di rincontrarlo per continuare a capirlo e a conoscerlo. Ecco, mentre geograficamente il paese agli antipodi dell’Italia è la Nuova Zelanda, culturalmente parlando, secondo me, invece gli antipodi sono il Giappone.

Per uno strano scherzo della storia, dei costumi e delle abitudini, se prendessimo a caso degli aggettivi che qualifichino l’italiano medio, saranno, come accade nel Thesaurus dei sinonimi e contrari della lingua italiana, l’esatto contrario degli aggettivi che qualificano il giapponese medio. Così, come spesso gli italiani possono essere cialtroni, leggeri e approssimativi, così i giapponesi sono molto frequentemente precisi, rigorosi e seri. E ancora, se noi possiamo essere individualisti, ladri ed estroversi, così loro sembrano collaborativi, onesti e riservati.

Non ho mai creduto alle semplificazioni, al tentativo di raggruppare singole persone sotto un ombrello di caratteristiche condivise, spesso fatto di banalità e di luoghi comuni, ma girando per il mondo ho dovuto rivedere e correggere alcune delle mie convinzioni: c’è poco da fare, certi popoli hanno delle caratteristiche comuni che li rendono molto identificabili e diversi da altri popoli, ed il Giappone è uno di questi. E forse, proprio la compattezza delle sue origini, proprio l’essere stato un paese chiuso al resto del mondo per secoli, l’uniformità di lingua, usanze ed abitudini, lo rendono così diverso dall’Italia, da sempre svincolo del Mediterraneo, circonvallazione dell’Europa, terra di accoglienza e di rapina, attraversata e calpestata da popoli diversissimi tra loro che hanno lasciato in eredità siciliani dai tratti arabi ma con gli occhi verdi dei normanni e veneziani neri di capelli come greci ma con la faccia da tedeschi. Quindi, lasciatemelo dire: i giapponesi sono onesti, gentili, puliti, riservati, precisi e puntuali. Gli italiani no. O almeno, spesso no.

La cosa sorprendente a questo riguardo, è che non immaginavo che anche un giapponese potesse pensarla esattamente come me sul fatto che Italia e Giappone sono culturalmente agli opposti.

Giorni fa, mentre giravo per internet cercando informazioni sul Giappone, sono capitata nel blog di "Un giapponese in Italia": http://nihon.blog.kataweb.it/

Ryuta Naruse, il "giapponese in Italia" del titolo, vive a Modena da qualche anno e sull’argomento paesi agli antipodi, ci ha scritto un libro: "Italia più Giappone diviso due = ?"

Secondo Ryuta, la somma dei nostri paesi darebbe come risultato il paese perfetto. Un paese dove nessuno ruba le biciclette, che a Tokyo sono semplicemente parcheggiate per strada o appoggiate ai muri senza catene né lucchetti, dove i treni e le metropolitane arrivano puntuali al secondo, sui cartelloni delle stazioni non esiste neanche lo spazio per segnalare i minuti di ritardo, perché semplicemente il ritardo non esiste, le porte dei vagoni si aprono davanti ad un preciso punto segnato sul marciapiede dove la gente fa ordinatamente la coda, e a nessuno verrebbe in mente di passare davanti al vicino. Ma anche un paese perfetto dove le persone non hanno bisogno di ubriacarsi di sake a fine giornata con i colleghi negli izakaya per poter finalmente mollare i freni inibitori, lasciarsi andare e dire cosa non va in ufficio con il capo o con i colleghi. O dove alla fine di un viaggio in treno, dopo aver chiacchierato per tutto il tragitto, i viaggiatori si salutano come vecchi amici. In Giappone non succederebbe mai: posso testimoniare che in un tragitto di otto ore di pullman tra Tokyo e Kyoto, tra i pochi viaggiatori presenti non circolò una sola parola. E pure al ritorno.

Ryuta, nel suo libro, in un italiano simpaticissimo e aiutato da curiose fotografie e dai disegni in stile kawaii dell’amico Tomoyoshi Ishikawa, si sorprende delle differenze di abitudini tra i nostri paesi ed evidenzia con la semplicità disarmante di chi non capisce, i nostri comportamenti più cialtroni, più tekitou. Tekitou è un aggettivo che significa "irresponsabile, impreciso, superficiale e leggero", un aggettivo che si adatterebbe benissimo ad alcune delle nostre caratteristiche nazionali, viste attraverso gli occhi di un giapponese, ma Ryuta lo legge anche in positivo, come un modo di essere che può anche risultare molto simpatico. Sarà per questo che in Giappone quando dicevo di essere italiana tutti sorridevano, ed io intuivo una corrente di simpatia come quella che si può provare per un parente un po’ infantile ma nello stesso tempo simpatico, estroso e bizzarro. Ryuta ci informa che in tutte le guide turistiche giapponesi c’è scritto: "L’Italia è un paese per mangiare, amare e cantare". Ci credo che quando poi incontrano un italiano si mettono a ridere.

Il nostro giapponese in Italia, con la semplicità del testimone esterno, si chiede: "come è possibile?" ed ecco ad esempio che la macchina che distribuisce i numeretti per la fila alla posta, nei negozi o in banca diventa "la macchina che produce il caos", perché da noi le regole sono create per essere aggirate o semplicemente non rispettate, e così allo sportello di banca momentaneamente senza impiegato i numeri continuano a scorrere sul display che nessuno pensa di bloccare, la gente in attesa comincia a non capire, a litigare e a pretendere. Oppure, mentre aspettava il proprio turno,

un signore è uscito a comprarsi le sigarette e ora pretende comunque di essere servito perché ha il numero precendente, e un impiegato lo respinge, mentre un altro lo accoglie. Ryuta, osservatore giapponese, giustamente osserva: "in Italia tutto dipende dalle persone e dalle situazioni.. bisogna sempre provarci.. non si sa mai". Il che in due righe riassume secoli di storia patria.

Ed infine, tra i tanti, un ultimo esempio. Ryuta vende il libro attraverso il suo blog o in qualche libreria dove ha portato personalmente qualche copia. Per chi vuole acquistare il libro da casa, suggerisce di andare in posta e pagare con il sistema del postepay. Io ho provato a scrivergli e a chiedergli se poteva spedirmi il libro senza farmi passare per le code della posta, gli avrei mandato 10,00 euro in una busta. Tanto, gli ho scritto, so di potermi fidare, perché i giapponesi sono onesti. C’era di mezzo il primo maggio, non avevo il francobollo, e ho spedito la lettera il 2 maggio. Anche Ruyta mi ha spedito il libro il 2 maggio senza aspettare di ricevere i soldi. Domanda retoricissima: quale italiano avrebbe fatto la stessa cosa?

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