GLI ABORIGENI DELLA VAL RENDENA

Arrivo a C. di martedì pomeriggio sotto una pioggia da foresta pluviale. Partita da T. con il sole a picco e 29 gradi di temperatura, il termometro alla periferia di Trento segna 10 gradi e i tergicristallo della mia macchinetta fanno quello che possono. Dietro i vetri bagnati, indovino dapprima un paesaggio di centri commerciali, concessionarie d’auto, capannoncini, condomini e fabbrichette, il solito paesaggio da nord est, pur con il lustro e l’ordine asburgico della regione autonoma del Trentino, ben diverso dal paesaggio ormai seviziato e opaco della campagna veneta, e che, via via, imboccata la strada che conduce verso il Monte Bondone e Madonna di Campiglio, lascia il passo a quello che da sempre è invece il paesaggio di montagna.

Quando ero piccola odiavo andare in montagna. Per me montagna significava sveglia all’alba, chilometri e chilometri di nausea da tornanti, schiacciata tra i miei fratelli, sul sedile posteriore della Lancia Fulvia di mio padre, alleviati solo dalla possibilità di indossare una salopette rossa che adoravo e che potevo mettere solo per andare in montagna, e ore di frustrazione e di gelo alle prese con skilift da cui cadevo rovinosamente, pesantissimi scarponi di pelle con le stringhe e sci a noleggio che andavano dove volevano. Diciamo che preferivo di gran lunga il mare, e appena fui in grado di prendere decisioni autonome abbandonai del tutto la montagna.

La prima volta che ci tornai anni e anni dopo, fui sorpresa di ritrovarci un traffico da tangenziale, colonne di tir come alla barriera di Mestre e popolazioni intere di vacanzieri cittadini griffati dalla testa ai piedi. I miei ricordi si erano fermati agli anni 60.

Al di là del traffico, con code di camion come sull’A4 lungo strade a strapiombo e intasamenti di macchine in prossimità dei centri abitati, il paesaggio che corre lungo la strada che da Trento arriva a Madonna di Campiglio attraverso la Val Rendena è incantevole, e poco prima della valle, all’altezza del lago di Toblino, l’incanto è quello di una favola struggente, ambientata in un castello posato come un miraggio sulle rive di un immobile lago verde cupo da paesaggio nordico. L’incanto dura pochissimo, perché il cretino appiccicato al tuo paraurti chiede strada per andare ad incollarsi al paraurti della prossima auto e così via fino a destinazione.

Sono venuta qui a C. perché la mia amica Veronica poco prima del ritorno dal mio viaggio intorno al mondo mi ha scritto una mail:

Ciao E.,

ti penso e spero felice.

Io lo sono stata ogni volta che ho letto i tuoi racconti.

Velocemente ti scrivo per chiederti una cosa: come saprai sto cercando di coinvolgere i "miei" alunni nella disperata impresa di farli ragionare, volare in alto con i loro sogni e desideri, per contrastare la sterilità e la meccanicità del mondo nel quale sono immersi (impresa disperata?). Avevo pensato di far leggere loro i tuoi racconti in ordine sparso, e far ricostruire loro il percorso del tuo viaggio. Dovrebbero ipotizzare chi sei (Uomo o Donna), quanto sei stata in giro, perché hai scelto di fare quel percorso. Dovrebbero poi cercare di analizzare quanto scrivi utilizzando alcune nozioni in merito allo stile e alla narrazione, oltre ad analizzare il contenuto e gli spunti di riflessione che i tuoi racconti danno. Dulcis in fundo…ti inviterei a venire su da me e a farti conoscere a scuola…in modo che ti possano intervistare e confrontarsi direttamente con te, l’autrice di racconti decisamente "umani", ricchi di messaggi…potrebbero misurarsi con la creatività che sta in loro, che può "materializzarsi" come la tua, se ben curata e "amata". Hanno tanto bisogno di avere dei modelli concreti, reali…per ritrovare la fiducia nella creazione…

Fammi sapere che ne pensi e anche quando rientri sul serio (si potrebbe scrivere un trattato su questa affermazione).

Un abbraccio fortissimo….

Veronica

Io e Veronica siamo state colleghe, tutte e due a vendere viaggi, in città diverse, lei a Trento e io a T., ma nella stessa organizzazione. Ci siamo conosciute in Thailandia durante un viaggio di lavoro, lei seduta in pullman davanti a me con in mano "Vagabonding, l’arte di girare il mondo" di Rolf Potts, io, stremata dalla solita nausea da movimento, appollaiata sul suo schienale a fissare chilometri e chilometri di risaie verdi e a chiederle ogni dieci minuti: "che fai, leggi? com’è? che dice? ". Alla fine del viaggio Veronica, sfinita, mi regalò il libro, io lo lessi, sognai, e posso affermare che contribuì non poco alla mia decisione di partire. Poi, l’anno scorso quasi contemporaneamente, in un ciclone decisionale, tutte e due abbiamo lasciato il nostro lavoro, e lei ora fa l’insegnante di lettere in un istituto professionale. Dice che in confronto al lavoro di prima, in ufficio dalla mattina alla sera con rotture di palle di tutti i tipi, l’insegnamento le sembra una vacanza, e soprattutto ci sono i ragazzi.

Di quelle insegnanti come ce ne sono poche, troppo poche, precaria, con il solito contratto a termine, innamorata del suo lavoro, appassionata, e lo si legge bene nella lettera, nel tentativo di lasciare qualcosa di più del programma ministeriale a quelli che chiama i "miei" alunni con le virgolette, perché suoi forse non saranno più fra qualche mese quando, scaduto il suo contratto, verranno consegnati a qualche altro insegnante. Di quelli magari che hanno scelto la scuola perché non sapevano far di meglio e in una ditta privata li avrebbero cacciati dopo un mese, o che sai, per una donna, almeno hai il pomeriggio libero o che sai, certo facciamo solo 18 ore settimanali ma poi abbiamo i compiti da correggere, le riunioni pomeridiane e le lezioni da preparare e per quello che prendo di stipendio, sai che me ne importa. Poveri ragazzi, il nostro futuro, e poveri loro e poveri noi.

Mercoledì mattina il sole splende. C. è un paesino bellissimo, nel pieno di questa valle verdissima. Dalla finestra un panorama silenzioso di abeti, di prati, di fiori stillanti gocce di pioggia. Ai balconi delle case di legno sono appesi vasi di gerani rosa e rossi, rigogliosi e brillanti come solo in montagna. Il cielo è terso, azzurro, e il silenzio intorno alla piazza del paese con l’isola pedonale e l’arredo urbano che favorisce la socializzazione, sembra quello degli anni 60.

Ma non siamo più negli anni 60. Sono passati quasi 50 anni e il mondo è un altro.

Anche qui nel paesino dei gerani alle finestre, dei vigili del fuoco volontari, della raccolta differenziata, e delle coltivazioni biologiche, la famiglia è uno sfacelo, girano droghe di tutti i tipi, le coppie si separano come a Milano, i ragazzi vedono più Simona Ventura alla tivu che i genitori in casa, passano le ore al bar a parlare di nulla come migliaia di coetanei in tutte le città d’Italia, hanno paura di un futuro che non osano neanche immaginare o sognare tanto è incerto, instabile ed insicuro, hanno in mano il cellulare dalla mattina alla sera, sanno tutto di computer, ma hanno genitori etilisti come cento anni fa in queste valli. Ma soprattutto, un mondo distratto anche se ricco, fatto di televisioni, di miti fasulli, di ricchezze facili propagandate come vincenti, uccide i loro entusiasmi, la loro innata voglia di sapere, la loro originalità, frullando tutto in una mediocrità comoda, in una conformità agevole, da rincorrere, raggiungere e da tenere stretta come l’unica sicurezza rimasta.

Questa non è una scuola di frontiera, non siamo alla periferia di Napoli o di Palermo, siamo nel ricco Trentino, i ragazzi non vanno in giro con il coltello e non hanno genitori camorristi o delinquenti, anche se pure qui ragazzine svestite sono apparse su you tube dove ormai sembra quasi obbligatorio apparire, come una volta erano obbligatorie le vaccinazioni o il morbillo, ma siamo sulla frontiera della comunicazione tra il mondo di una scuola che non esiste più e che appare lontano anni luce dal mondo di questi ragazzi e il mondo di una scuola che qualcuno dovrebbe provare a inventarsi e che invece annaspa tra famiglie assenti e insegnanti distratti. E i risultati scolastici di una seconda superiore sono come quelli di una quinta elementare di trenta anni fa.

Un po’ intimidita dal mio nuovo ruolo di esperta di viaggi e di scrittura di cui sono stata investita per questa esperienza scolastica, chiedo a Veronica cosa pensa di chiedermi e di che cosa devo parlare di fronte alla classe. I ragazzi, quindicenni, sedicenni di una seconda superiore, alla fine hanno letto solo la mia "lettera" da Alice Springs, quella che parla degli aborigeni e di questa cittadina persa nel deserto dell’outback australiano. Veronica ha detto loro di preparare delle domande che vorrebbero porre all’autore del pezzo, ma non ha detto che l’autore verrà in classe. Vuole parlare di scrittura, vuole far capire loro che possono esprimersi, parlare di sé stessi, coltivare sogni e speranze, e che chiunque lo può fare anche se è una persona qualunque, anche se non è stata in televisione, anche se non è famosa.

Mentre aspetto fuori dall’aula della seconda B, dove Veronica sta preparando la mia entrata in modo un po’ teatrale, creando un po’ di aspettativa tra i ragazzi, sistemando una sedia vuota davanti alla classe, mi sento come nel film "Ecce Bombo" quando alla maturità un ragazzo porta di fronte alla commissione d’esame l’autore in persona del libro che ha letto, Alvaro Rissa, sconosciuto poeta contemporaneo, lo presenta al professore, e il tipo dice: "piacere, sono l’autore".

Sento Veronica dire: "ma certo che è qui! " neanche fossi Ugo Foscolo, o Alessandro Manzoni o chessò Wilbur Smith in persona, o chi cavolo mai leggeranno questi, se mai leggono, e sento i ragazzi dire: "ma dai prof, non ci credo!" "ma dai prof sta scherzando!", e poi mi sento come in Carramba che sorpresa quando Veronica mi fa entrare e venti ragazzi mi guardano a bocca aperta, come se mi fossi materializzata in quell’istante dal deserto australiano direttamente alla loro aula scolastica, davanti alla solita lavagna verde e di fianco alla solita cattedra di legno chiaro e formica in un qualsiasi mercoledì mattina con il sole alle finestre.

Mi siedo un po’ imbarazzata. Dopo un attimo di disorientamento, i ragazzi riprendono il controllo della situazione scolastica, che per loro significa non essere mai pienamente presenti, non far mai vedere ai compagni che qualcosa li prende del tutto. Mostrarsi interessati e appassionati significa diventare deboli, fragili, uscire dal gruppo, perciò bisogna distrarsi ogni pochi secondi con battute, stiramenti, stravaccamenti e risatine, mantenere costante il contatto con i compagni.

Veronica però è amata da questi ragazzi, (‘Veronica is the best’ hanno scritto sui muri), riesce a tirarli a sé, a coinvolgerli, anche se per farlo deve lottare contro la loro bassissima soglia di concentrazione, contro i tempi televisivi e informatici che caratterizzano la loro capacità di apprendimento di adolescenti del ventiduesimo secolo. Per attirarli ormai devi riuscire a presentare tutto il campionario nell’attimo di una schermata, in cui l’occhio corre da un pop up all’altro e al massimo si fissa a leggere dieci righe di presentazione, nel tempo di una promozione pubblicitaria di due minuti, nell’investimento cerebrale sufficiente a leggere un sms e a tradurlo in risposta fatta di dita velocissime che corrono sul cellulare tra mille abbreviazioni e kappa al posto delle c.

Manzoni contro Vodafone perde centomila a zero, se non trovi la strada tra le emozioni di un ragazzino, e Veronica stamattina ci riesce. Chiede ai ragazzi di tirare fuori le domande che avevano preparato per l’autore. Solo in cinque hanno fatto il compito, ma pare che sia già un successo.

Dopo qualche domanda di rito, del tipo "qual è il posto più bello che ha visto?" o "quali sono i paesi che ha visitato?" o "quanti soldi ha speso?", la lezione entra nel vivo. Spaziamo dalla geografia, che i programmi scolastici non includono, "avete presente dov’è l’Australia?" "sì, abbiamo la cartina!" alla storia: "ma chi sono gli aborigeni?" "sono piccoli, hanno l’osso sulla testa" spara un biondino in ultimo banco, risatine e/o sguardi di compatimento. E Veronica: "ragazzi, vi ricordate i film di indiani e cowboy?" moretta in fondo, annoiata: "a me non piacciono i film di cowboy", Veronica: "gli indiani erano gli abitanti nativi dell’America, come gli aborigeni lo sono dell’Australia". Ragazzina con frangetta in primo banco: "ma com’è il deserto?". Cerco di cogliere il guizzo di curiosità, mi tiro su le maniche e cerco di trasmettere loro l’emozione del deserto, del silenzio, del vuoto, dell’incontro con gli aborigeni. Occhi per una volta attenti, sguardi diretti e silenzio di tomba mi fanno capire che ho centrato il bersaglio. Veronica ne approfitta: "Ragazzi, vi ricordate di quando abbiamo letto in classe ‘Eveline’ di Joyce? Vi ricordate l’inizio? ‘Seduta alla finestra guardava la sera invadere il viale’ e che poi avete fatto un tema che iniziava allo stesso modo e l’avete fatto tutti bene. Perché secondo voi? " Ragazzo in terza fila: "Perché parlavamo di noi, di qualcosa che avevamo dentro". "Certo, anche. E allora? A cosa può servire la scrittura?" Varie voci: "A dire le cose?" "A dire quello che si ha dentro" "A scrivere le poesie?" "A comunicare". Veronica mi guarda con un sorriso.

Piovono altre domande: "Ma il viaggio l’ha fatto da sola? Ma non è brutto andare in giro da soli?" La solitudine, mostro del nostro tempo, incubo dell’adolescenza. Cerco di comunicargli che a volte è bello anche andare in giro da soli, che non è peggio che andare in giro in compagnia, ma è solo diverso, anzi, tante cose in compagnia neanche le vedi.

La solita moretta in primo banco:" Io a volte ho provato a scrivere, quando ero da sola e non avevo niente da fare". "Forse non è vero che non avevi niente da fare, forse avevi proprio voglia di scrivere, ma ti sembrava che fosse qualcosa che non valeva la pena di fare. Anche stare da soli a scrivere può essere bello. Non è meglio o peggio che stare in compagnia, è solo diverso". Un’altra pausa di silenzio e una quarantina di occhi attenti mi fanno capire che questo è un altro momento importante. Ma si avvicina la campanella della fine delle lezioni, qualcuno comincia a raccogliere le sue cose, qualcuno parla con il compagno e in un attimo la confusione è totale.

Veronica recupera l’attenzione : "Ragazzi, che commento volete fare su questa ora?" Voce dal fondo: "una figata!". "E cosa volete dire a E. che è venuta qui a raccontarci del suo viaggio?" Ragazzo in fondo con frangia tirata sugli occhi: "Che le auguriamo di continuare a viaggiare e a scrivere".

Grazie ragazzi, non potevate farmi un augurio migliore. E auguri anche a voi. Per tutto.

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