DALLA FINESTRA: LE VITE DEGLI ALTRI 2

 

L’omino si abbassa, prende il bambino appena sotto le ascelle, lo alza e lo mette a sedere sul seggiolino fissato alla bicicletta. Il bimbo, capelli nerissimi, ritti, rasati a un centimetro dalla testa, occhietti sottili e contenti, sorride felice. La nonna esce di corsa dal negozietto dall’altra parte della strada e corre a mettergli in testa un cappellino rosso. Oggi il sole picchia, inizia l’estate.

L’omino, con la divisa del pensionato italiano: camicia bianca maniche al gomito, infilata in pantaloni grigi alti sopra la vita con cintura marrone, occhiali spessi e pelata in cima alla testa, sistema la bretella della salopette di jeans al bambino, si china a dirgli qualcosa e parte per il giro in bicicletta.

Fatti pochi metri sparisce dietro i primi piloni del cavalcavia, mentre le risate del bambino si sentono per un altro minuto buono.

Quando portano Liu al bar, le sue risate e il suo chiacchiericcio si sentono per tutto il quartiere, sovrastano il rumore del traffico di automobili, autobus e furgoni sulla statale e arrivano a ondate fino al terzo piano. Liu ha tre anni ed è cinese. La mamma era incinta quando con il marito rilevò il bar davanti a casa mia. L’omino che la domenica porta in giro il bimbo in bicicletta è un vecchio cliente del bar.

Prima della nascita di Liu, i suoi genitori abitavano nell’appartamento sopra il locale. Alle quattro meno un quarto, tutte le mattine, arrivava il furgoncino di una pasticceria di Mestre, dava un leggero colpo di clacson, e il papà di Liu scendeva a prendere due grandi vassoi di brioche calde. Risaliva in casa e dopo un quarto d’ora ridiscendeva ad aprire il bar. Doveva mantenere la tradizione perché da sempre questo è il bar che apre per primo al mattino in città. Ai miei tempi ci si fermava a fare colazione tornando dalle discoteche di Jesolo. Allora c’era un ometto giallognolo, secco secco, sempre incazzato, che apriva addirittura alle tre e mezza del mattino, o della notte. E ci credo che era incazzato.

C’era chi andava a lavorare e si fermava a bere un caffè, chi invece tornava dal lavoro e si fermava lo stesso a bere qualcosa o a comprare le sigarette. Fuori parcheggiavano tir diretti al mercato con il motore acceso che faceva vibrare i vetri delle finestre intorno, ambulanze e metronotte a fine turno si mischiavano a ragazzi e ragazze un po’ brilli di ritorno dai locali, con gli occhi lucidi di sonno e i toni urlati ed eccitati di chi ha passato la notte in mezzo alla musica a mille.

A mezzogiorno l’omino incazzato se ne andava a casa e arrivavano due ragazzi. Lui sempre allegro e sorridente, lei carina e musona. La clientela del pomeriggio era fatta soprattutto di ragazzi, amici dei due gestori. Alla domenica pomeriggio si trovavano in dieci quindici, tutti con le moto, il bar chiudeva e partivano per un giro in collina o al mare. I morosi avevano il casco e le giacche uguali. Quelli da soli correvano davanti a tutti. Poi, i due si lasciarono, lei si sposò con un altro e per un periodo continuò a lavorare al bar. Le coppie in moto cominciarono ad arrivare in auto. Qualcuno con un neonato nel seggiolino fissato al sedile posteriore. Le ragazze non si sedevano più in braccio ai ragazzi seduti ai tavolini sotto la veranda, ma parlavano tra di loro. Qualcuna parlando muoveva un passeggino avanti e indietro per addormentare un bimbo. I ragazzi entravano nel bar per giocare all’enalotto. La ragazza del bar se ne andò quando nacquero le due gemelline. Per un po’ rimase in vetrina un enorme fiocco rosa con i nomi delle due bimbe. Dopo un po’ anche il ragazzo se ne andò. Seguì un’altra gestione, ma durò poco.

Nel frattempo, in fondo alla strada, dopo la rotonda, aveva aperto l’ipermercato.

Nell’ordine chiusero: il panificio che faceva il pane con il forno a legna in fianco al cavalcavia, il negozio di frutta e verdura vicino al bar e la latteria sotto casa mia.

Avevo notato che gli scaffali della latteria erano sempre più vuoti di vasetti di marmellata, biscotti e barattoli di pelati, e quando chiesi che stava succedendo, il proprietario, figlio e nipote di lattai quasi piangeva nello spiegarmi che di lì a poco gli sarebbe toccato andare a lavorare sotto padrone.

Al posto dei vecchi negozi aprirono una gioielleria e un negozio di noleggio di videocassette. Il panificio rimase chiuso e davanti al portoncino di legno sprangato cresce l’erba più alta della strada.

Poi chiuse l’ufficio postale vicino al noleggio videocassette e arrivò una banca. Dietro la banca si rese poi disponibile il magazzino pacchi delle poste e con sommo orrore dell’azzimato direttore della banca aprì un supermercato islamico, con tanto di macellaio baffuto come un saraceno che a volte appare sulla strada pulendosi le mani nel grembiule insanguinato.

Al sabato mattina c’è tutto un giro di ragazzi neri che arrivano in bicicletta, la appoggiano al muro senza chiuderla e ripartono con il sacchetto bianco della spesa, o di macchine di seconda mano che si fermano con dentro la moglie vestita con la jellaba e un paio di bambini sul sedile posteriore mentre il marito va a fare compere. Al posto dell’agenzia di viaggi/autonoleggio che, non si è mai capito come e perché, vendeva anche camicie sistemate in bell’ordine negli espositori dei depliant, cassette di vino, risme di carta da fotocopie e saltuariamente anche biciclette quasi nuove, da qualche mese c’è "Marrakech", una rivendita di kebab, e "Wash and Clean" lavanderia a gettoni, e al posto del negozietto di scarpe degli anziani signori B., a fianco del portone di casa mia, i genitori di Liu hanno aperto un negozietto che vende alimentari cinesi, bigiotteria, schede telefoniche e biglietti di non so che lotteria internazionale.

Anche la clientela del bar è cambiata. All’ora dell’aperitivo, arrivano spesso furgoni di operai o di muratori stranieri che si fermano a bere qualcosa prima di tornare a casa. Capelli con la sfumatura alta sul collo, canottiere o magliette dalle maniche corte e bicipiti in evidenza per gli albanesi. Gli islamici invece si riconoscono da come si siedono in circolo stretti gli uni agli altri intorno ai tavolini del bar. Se ci fosse il narghilè che gira e non ci fosse Liu che ride e urla come un matto seduto alla cassa o di corsa tra le sedie del bar, sembrerebbe di stare a Casablanca.

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2 Risposte to “DALLA FINESTRA: LE VITE DEGLI ALTRI 2”

  1. fragomatta Says:

    non riesco a smettere di leggere ….
    sai che hai grandissime doti????
    complimenti!

  2. dipocheparole Says:

    grazie fragomatta (!) complimenti a te, sei la seconda commentatrice del blog! come hai fatto a trovarmi?

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