AUTOMOBILI

 

L’elettrauto a cui ho appena detto di avere una Opel Corsa del 95 a cui si è scaricata la batteria, in centro a T., a cento metri dal suo garage, mi guarda come se gli avessi detto di avere fuso il motore di una Bugatti del 35, ferma in curva sul Passo della Cisa, assume un’espressione tra il serio, l’incredulo e l’infastidito, e alzando lievemente le sopracciglia, mi dice che lui porta i cavi, ma che sicuramente bisognerà cambiare la batteria. Ed è quello che farà: 70 euro senza ricevuta, e guardi che le ho fatto bene eh? e la mia auto, immota e silenziosa dopo che l’avevo lasciata per tre ore parcheggiata con i fanali accesi, come dopo una morte apparente, riprende all’improvviso tutte le sue funzioni vitali e riparte.

Per la città, di auto d’epoca come la mia, ne girano poche. La mia farà dodici anni questo ottobre, è appena in prima media, ma, come quando si calcolano gli anni di vita dei cani o dei gatti, ogni suo anno nei conteggi dell’economia mondiale, ne vale almeno sette. Per Quattroruote penso che non esista neanche più, perché nel corso della sua breve vita credo che l’Opel abbia cambiato già quattro o cinque modelli. Il fatto è che va benone, è tutta bella bianca, con tutte le sue spie a posto e ha fatto solo ottantamila chilometri perché in ufficio ci andavo sempre a piedi o in bici, e per dirla tutta, a me di avere l’auto nuova non me ne frega proprio niente.

Ecco, mi piacerebbe averla presa con l’aria condizionata quella volta, ma devo dire che d’estate, quando, aperto con precauzione lo sportello come la porta di un altoforno, respiro a fondo, ci entro, mi accomodo sul sedile come su una pietra lavica fumante, prendo il volante bollente con indici e pollici, sento fondersi le impronte digitali, e guardo il termometro che segna 42 gradi, mi sento sudata, scottata, ma virtuosa, in perfetta sintonia con il protocollo di Kyoto e mando affanculo Bush con pieno diritto.

A T. va così, l’auto dev’essere nuova o appena appena usata, al massimo un paio d’anni. Lo dice il commercialista perché senò cosa scarichiamo? Lo dice il PIL, perché senò chi manda avanti l’economia? Lo sottintendono tutti perché le auto di seconda mano ce l’hanno solo gli emigranti più poveri. Quelli che sono qui già da un po’ hanno tutti l’auto nuova. Qui non si andrebbe mai in giro con l’auto vecchia e ammaccata, come a Roma, a Milano o a Torino perché tanto di botte ne prendi ogni due minuti, te la sfregiano per strada, te la rigano nei parcheggi, e così nessuno la punta per rubartela. Qui abbiamo fior fiore di telecamere ogni pochi metri, se qualcuno ti ammacca il paraurti viene subito scoperto e se viene beccato a rigare le macchine, viene subito lapidato in Piazza dei Signori a colpi di spinterogeno.

Qui l’auto vecchia e trascurata fa delinquente in procinto di rapinare un benzinaio, giostraio senza autoscontro, borderline uscito dal centro di igiene mentale, carcerato in semilibertà dopo anni di pena già scontata e quindi con auto vecchia, e in un crescendo di disgrazie sociali, povero, e soprattutto, non sia mai e dio ce ne scampi: disoccupato nella terra della (quasi) piena occupazione.

Perfino io, quando sotto casa mi hanno rubato due copricerchioni, non ho osato rimanere così, orba di cotanti accessori per troppo tempo. Arrivando nel parcheggio, guardavo la mia auto da lontano cercando di superare il momentaccio, ma le ruote tutte nere mi ricordavano la Punto del Commissario Montalbano, o qualcosa di inaccettabile come bottoni mancanti ad una camicia da smoking, calze smagliate ad una cerimonia, macchie di sugo incrostate sulla maglietta, caccole di piccione sulla manica del cappotto.

Alla fine ho ceduto, sono entrata al Trifoglio, negozio di accessori per auto dove mi conoscono bene perché nel corso degli anni, parcheggiando sotto casa, sono stata derubata di: antenna (due volte), specchietti laterali (due volte, una a destra e una a sinistra) e, appunto copricerchioni (due volte più due volte). Già da anni, per principio e per economia, avevo rinunciato ai copricerchioni originali Opel, così ho chiesto due copricerchioni qualunque, ma che almeno fossero uguali ai miei. Non c’erano: modello non più in produzione. Il padrone, (a cui mi dimentico sempre di chiedere perché ha chiamato il negozio Trifoglio e non Quadrifoglio), vedendomi costernata di fronte al costo del set completo di quattro copricerchioni, mi ha proposto una furbata: comprare solo due copricerchioni. " Ma sono diversi dagli altri: questi hanno il disegno di un cerchio e i miei hanno il disegno di un rombo!" ho detto io pensando a due bottoni di madreperla accostati a due bottoni di plastica sullo sparato dello smoking del re di Svezia e ad una calza testa di moro e una canna di fucile alla consegna del mio Nobel per la letteratura e a due macchie di due sughi diversi sul tovagliolo alla cena della cerimonia, per non parlare delle caccole di gabbiano e di piccione durante il tour del giorno dopo la consegna del Nobel. " Ma se lei ne mette due sul lato destro e due sul lato sinistro dell’auto, chi vuole che se ne accorga! " ha esclamato lui.

L’avrei baciato. Avevo finalmente trovato un alleato, un menefreghista delle apparenze nella terra dell’abbondanza, un frugale nella città del superfluo, un commerciante onesto nel paese delle ricerche di settore e delle rivolte delle partite Iva. Si è perfino offerto di scambiarmi i copricerchioni e di montarli: due a destra e due a sinistra. Ho accettato, pagato, ringraziato profusamente e sono uscita contenta. Solo una volta salita in auto, facendo manovra e vedendo il sorriso del signor Trifoglio dietro la vetrina ho pensato, da quella cinica che sono: e se fosse solo un gran bravo venditore?

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