QUOTIDIANO

Guidavo all’una e mezza del pomeriggio, sulla stradona verso nord. Andavo verso le colline, quattro ore di lezione da fare in una scuola. Una scuola che presta le sue aule al pomeriggio, vuotate dagli studenti del mattino. Formazione agli apprendisti, ragazzi appena appena adulti, appena assunti con contratto d’apprendistato, obbligati per legge a corsi inutili, mal gestiti, mal organizzati. Come tutto quello che in Italia potrebbe essere buono e ben fatto, e per convenienza e approssimazione e cialtronismo viene spruzzato qua e là di merda liquida.
Così, con un corso di venti ore di inglese, distribuito su cinque giornate, a botte di quattro ore al giorno, in una classe dove potresti trovare il laureato in lingue e lo straniero che mai ha studiato l’inglese, finisce che un terzo si annoia, un terzo non capisce, un terzo non c’ha voglia, uno vorrebbe fare meglio, e tutti vorrebbero essere altrove.
Allora, ero in macchina all'una e mezza, dopo aver dormito malissimo la notte, aver mangiato in fretta una pasta orrenda condita col sugo Mutti alle verdure grigliate, essere uscita col pomodoro aggrappato alle pareti dello stomaco, freddo e malamente scomposto in boli di cipolla industriale e melanzana dopata,  e correvo tra furgoni, concessionarie d’auto, divaniedivani, centriottici e ipermercati in mezzo a questa nebbiolina orrenda, grigia e umida e fredda, con la paura che a scuola non mi facessero trovare la televisione e il dvd, con cui dovevo fare la lezione e non sapere quindi che pesci pigliare con gente mai vista, maldisposta e indifferente.
E così intanto parlavo, mi preparavo alla presentazione del corso, mi presentavo, con il mio sorriso finto da persona che gestisce benissimo le situazioni, fingendo di parlare a un qualche microfono di cellulare che sennò magari da fuori pensavano che parlavo da sola, come in effetti era, e pensavo, come sempre capita all’inizio di qualche corso, che avevo sbagliato tutto, che dovevo cambiare lavoro, che dovevo partire, andare lontano, non tornare più in questo paese del cazzo, che tanto che ci facevo io qui, e che cavolo mi sono pensata di fare l’insegnante se l’unico mio desiderio è non dover parlare in pubblico, e che ero stra stufa di dovere farmi forza e penare, e pensavo, soprattutto,  che piuttosto che entrare in classe avrei mangiato una merda.
Superato il ponte, il castello di San Salvatore, lontano, perso e spaesato in mezzo alla nebbia delle colline. Che aveva di così insopportabile?  Mi sentivo così sola e persa che ho perfino pensato al  mio angelo custode. Dove diavolo era?
Poi ho immaginato questo grosso volatile improvvisamente seduto al mio fianco in macchina, con il testone biondo e i ricci da angelone, delle enormi ali un po' ripiegate, piume dappertutto, sotto il sedile, sui tappettini neri e svolazzanti per il cruscotto, e la tunica bianca stropicciata e un po’ sporca di polvere. Aveva un faccione pallido, il profilo greco, e assomigliava un po’a un promotore finanziario che conosco. Che cazzo, ho detto, perfino l’angelo custode, ormai.
Mi è venuto da ridere.
A quel punto ero arrivata a scuola e ormai mezza merda l'avevo mangiata. 

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HEREAFTER: QUI E DOPO

A vedere “Hereafter”, l’ultimo film di Clint Eastwood, bisogna andarci quando si ha il cuore in pace.
A me personalmente questo accade qualcosa come una volta ogni dieci anni, per qualche minuto, quindi ci sono abituata, ma se non siete nelle migliori condizioni di spirito, non pensate poi di poter proseguire la serata con una pizza e via, come se niente fosse.
Il film parla di morte, di vita, di vita oltre la morte.
Hereafter che letteralmente si potrebbe tradurre con un bellissimo quidopo, come a dire che dopo qualcosa resta qui, in maniera molto più linguisticamente corretta sta per d’ora in poi, o in futuro, ma anche per un aldilà, che per fortuna non è stato utilizzato come titolo per la versione italiana perché avrebbe portato con sé tante di quelle connotazioni e sfumature di natura cattoreligiosa di cui noi italiani possiamo fare volentieri a meno, soprattutto nel momento in cui si abbassano le luci in sala e cominciamo a goderci un film.
 
E il film ce lo godiamo dal primo momento, con una scena da moderna apocalisse: lo tsunami del 2004 che si abbatte con la sua onda terrificante sulla vita tranquilla e pacifica di centinaia di migliaia di persone in un qualunque mattino di quell’inverno/estate nell’Oceano Indiano.
Da qui prende il via la vicenda di una giornalista francese che, per quelli che sono i casi della vita, quindi per quelle circostanze che sono proprio l’here, l'hic et nunc, il qui ed ora, si intreccerà alle vicende di un operaio di San Francisco e di un bambino londinese che per la loro storia personale hanno avuto a che fare con l’after, quello che viene dopo.
Il film procede per un continuo intrecciarsi di casi e coincidenze, che sono poi le semplici avventure della vita, a pensarci e a farci caso, che diventano poi casi e coincidenze quando proprio vogliamo dar loro un senso e un perché.
In realtà la morte, che arrivi con un’onda di trenta metri, con un incidente d’auto, per mezzo di un attentato terroristico o per malattia, fa semplicemente parte della vita, ma a vederla da lontano, cioè da vivi, pare spettacolare, inaspettata, sorprendente e soprattutto crudele. Crudele perché ci lascia tramortiti, appunto, spaesati, appunto, pieni di domande in cui ci chiediamo quale sarà il nostro paese d’ora in poi e come riusciremo a viverci, incapaci di proseguire nel nostro cammino come se niente fosse, perché ci ha toccati, come nel caso della giornalista francese, o perché ci ha portato via un pezzo, come nella vicenda del piccolo inglese, o perché, come nel caso dell’operaio sensitivo americano, ci coinvolge così quotidianamente con la sua ombra da renderci impossibile la vita.
Vita che per quanto si sposti continuamente tra splendide spiagge indonesiane, le redazioni di un editore parigino, l’appartamento di un operaio americano e la terraced house di una famigliola londinese è ugualmente sempre in bilico tra la vita e la morte, anche se, per vivere non possiamo e non vogliamo accorgercene.
E tutti siamo sempre lì, sul filo, vuole forse suggerirci Clint Eastwood, sia che prendiamo il sole a Pee Pee Island per le vacanze di Natale, sia che prendiamo la metropolitana a Charing Cross o attraversiamo la strada di corsa. E tutti siamo uniti dallo stesso filo: che siano i racconti di Charles Dickens ascoltati da un audiolibro in un appartamento di San Francisco o certe storie tragiche della Londra dickensiana, sempre attuale, anche dopo duecento anni, in certi sobborghi della grande capitale inglese, tutti navighiamo a vista, tentando di arginare la nostra personalissima cognizione del dolore, quello che, da umani, ci è toccato in sorte.
 
Clint Eastwood è sempre, o sempre più, grande. Non ci da’risposte confezionate, sonda e mostra con la grande poesia e il tocco lieve e denso di cui è maestro, il materiale disponibile senza fornirci interpretazioni religiose o laiche: così stanno le cose, prendete, servitevene tutti e fatene quello che credete. Matt Damon è stupendo nell’offrirci l’interpretazione di un uomo semplice schiacciato dal macigno del suo dono/condanna e dalla solitudine che ne deriva, senza una donna, senza amici, perso in un lavoro anonimo: lontano dalla vita perché troppo vicino alla morte e alle domande che ci pone.
Il film finisce bene, nel senso che in qualche modo si esce dal cinema sollevati. Il magone di certe scene sparisce, per fortuna, anche se sappiamo bene che è solo rimandato.
Ma in fondo, è la vita no?

 

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BUON NATALE

M. ha la bambina che da un paio di mesi le ha prese tutte. Ogni quindici giorni un’influenza, e con il lavoro è un casino. E baby sitter e corse di qua e di là. E la macchina quasi nuova che la lascia a piedi ogni dieci giorni e due meccanici che non capiscono cosa abbia. E suo fratello ricoverato in ospedale per un’infezione, che con la vita che fa si prende di tutto, e quindi altri giri, altre corse. Da sola, si sa, è tutto un casino. Per il resto tutto uguale, non è cambiato niente. A Natale, di solito va da sua mamma. Il figlio di N. invece, era seduto a fianco del ragazzo che è morto nell’incidente, era su tutti i giornali. Non s’è fatto quasi niente e per fortuna non si ricorda nulla. Solo che tutti e quattro urlavano gira gira gira, e l’altro invece è corso dritto oltre il vuoto, dritto nella notte nera oltre il cavalcavia. Avevano bevuto un casino tutti e quattro. A Natale lui va in Namibia, il figlio sta da sua madre. La madre di B. è entrata nella nuova casa, vicino a sua sorella. Da quando è morto il marito, qualche mese fa, non poteva più vivere da sola in quella casa, da sola. Troppo grande. Come regalo le hanno comprato una televisione nuova, per via del digitale terrestre. L. passerà il Natale in famiglia, poi forse andranno qualche giorno in montagna. I ragazzi bene. F. andrà dalla ex suocera con il bambino. Con C. non si vede più, ma ogni tanto le telefona. P. ha deciso che andrà dai suoi amici. Da quando ha lasciato A. e se n’è andata di casa per stare con V. è confusa. V. invece andrà dall’ex cognato che ha una nuova compagna. R. è da solo, non ha più famiglia e con sua figlia i rapporti sono sempre stati freddi. E’uscito a cena con la ex cognata, un paio di giorni fa, l’unica con cui è rimasto in amicizia, per farsi gli auguri. A. e P. fanno il pranzo a casa della famiglia di A. e il cenone dalla famiglia di P. M. va a casa dell’ex moglie, che ora ha altri tre figli, per stare con suo figlio G.
Natale è la festa della famiglia. Nel senso che a Natale ci si accorge di averla, di non averla, di non averla mai avuta, di non volerla avere, di volerla. E che solo per brevi momenti la vita ti ha dato retta.
Comunque, miei cari lettori, Buon Natale.

 

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“RAGAZZI” LO DICI A TUA SORELLA

Beh, diciamo che anche solo fino a un paio di anni fa, non avrei mai creduto di pensarla così, però oggi la lettera di Roberto Saviano pubblicata da Repubblica ai ragazzi del movimento,  mi suona tanto da sermone del parroco di chiesa di campagna. Fuori dal mondo e fuori dalla realtà.
Intanto quanta retorica: già usare ragazzi evoca quell’enfasi familistico patriottica tutta italica de i nostri ragazzi, locuzione multivalente, pelosamente affettuosa e intimistica di quando si vuole sottintendere: sono dalla vostra parte, siamo tutti una grande famiglia, padri e figli, noi, italiani brava gente.
Di solito infatti i nostri ragazzi entrano in campo con tutta la loro retorica quando si parla di soldati che muoiono (da eroi) in Afghanistan, che a guardar bene poi sono uomini fatti, nonché consapevoli professionisti stipendiati. Poi si parla de i nostri ragazzi quando mandiamo la nazionale di calcio a cercare di vincere in qualche torneo internazionale. E tutti ci sentiamo più buoni e più italiani. Ora qui abbiamo i ragazzi del movimento.
Ma poi, di che ragazzi parla Saviano? Si è accorto che qui non ci sono solo dei ragazzi che stanno in movimento, a far passare il quadrimestre urlando per le strade perché la manifestazione di piazza è come il morbillo, prima o poi bisogna farlo ma poi passa, ma che ci sono operai arrampicati sulle ciminiere, ricercatori universitari sui tetti, insegnanti che fan lezione per le strade, terremotati che girano con le carriole, cittadini seppelliti di immondizie, pensionati in miseria, un ceto medio che scivola di giorno in giorno verso la povertà, e soprattutto giovani, giovani e giovani, migliaia di giovani, milioni di giovani che non hanno la minima idea di cosa faranno della propria vita?
E tutti, tutti, tutti, tutti incazzati neri contro.
Contro di cosa? Difficile è dire esattamente contro cosa. Perché la legge cosidetta Biagi arriva dal centrosinistra, il precariato e il debito pubblico arrivano da lontano, la crisi economica non l’abbiamo inventata in Italia, il terremoto neanche. Ma soluzioni non se ne vedono, anzi.
Dal Palazzo arrivano colate di merda e tutta questa gente è completamente sola. Nessuno li rappresenta, nessuno ha la capacità di raccoglierne la disperazione e indicare loro una strada.
E chi vorrebbe farlo, farebbe bene prima di pensare di essere in grado di indicare una direzione, a leggere tutti i 500 e più commenti alla lettera di Saviano.
Certo, a milioni se la sono cercata questa fine, perché a milioni, negli anni passati, hanno creduto alle favole televisive del presidente operaio, e altri milioni continuano a crederci e a giurarci sopra.
Forse a milioni cominciano ad essere incazzati anche contro sé stessi, per esserci cascati, come asini.
A milioni, perfino io, spero che si incazzino ancora di più. Finalmente.

 

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RIVOLUZIONE

Visto lo stato delle cose, io ora la penso esattamente così.

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SICUREZZE

A me piace lui, un sacco. Lui, non si capisce bene. Probabilmente meno di un sacco, e quindi non se ne fa niente.
Invece io piaccio un sacco a un altro che a me non piace niente. Quindi lo stesso non se ne fa niente.
 
Una volta, più giovani, era tutto più semplice. Ci si piaceva così così, ma comunque si combinava qualcosa, ci si provava, almeno.
Ora gli equilibri sono molto più stabili e allo stesso tempo instabili. Stabili perché ognuno cerca di mantenere quell’equilibrio che gli permette di camminare, senza doversi troppo preoccupare, nel sentiero che si è scavato nella roccia, prima a colpi di piccone, e poi di mazzetta, e poi di scalpellino, e infine con le unghie e anche con i denti. E ci vuole camminare sereno e tranquillo, portandosi in spalla il suo zainetto di storie, amori, dolori, passioni, fallimenti, felicità, perché quello è, ormai, ma senza guardarci mai dentro, che sennò è una gran fatica.
Instabili perché comunque lo zainetto pesa sulle spalle e a volte si ha voglia di aprirlo, rovesciarlo e guardare scivolare fuori tutto quello che c’è dentro, e chi s’è visto s’è visto.
Ci vorrebbe un po’di precariato, non solo nel lavoro.

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TEMA 2

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Ai miei tempi, alle elementari, dalla terza in poi avevamo due libri: il sussidiario e il libro di lettura. Il sussidiario ce l’ho ancora: c’erano dentro un po’ tutte le materie, dall’italiano alla storia, dalla matematica alla geografia, dalle scienze alla religione. Il libro di lettura invece non ce l’ho più, ma mi ricordo che aveva una copertina azzurra, con un disegno e un titolo che forse aveva a che fare con le ali, o le nuvole, o scie luminose nel cielo. Qualcosa di volatile comunque.
Dentro c’erano le letture e le poesie. Forse anche le canzoni. No, le canzoni no, perché ce le faceva copiare in un apposito quadernetto il maestro di canto. Tutte cose sul genere: Il Piave mormorò, Il tricolore, La fanfara dei bersaglieri e cose così, che potrei ancora cantarvi parola per parola, che allora mica si scherzava con i cori, le canzoni e le poesie da imparare a memoria.
Allora andavano moltissimo le poesie di Diego Valeri e di Pascoli, e letture edificanti sulla famiglia, la patria e i buoni sentimenti. Del resto la mia scuola era intitolata a Edmondo De Amicis e credo pure che “Cuore” sia stato uno dei primi libri in assoluto che ho letto da bambina. Mi piaceva la storia del Piccolo scrivano fiorentino, per via che scriveva, ovviamente, e del padre ingrato che alla fine si rende conto di che perla di figlio ha.
Avevamo una bibliotechina di classe dove ogni bambino doveva portare un libro che gli altri potevano prendere in prestito. Io avevo portato “Le avventure di Tom Sawyer” che mi era piaciuto moltissimo, soprattutto per via di Huckleberry Finn, che quello sì che era un vero figo, mica Tom Sawyer. Mi era quasi sembrato un atto sovversivo portare un libro straniero nella bibliotechina di classe, ed ero contenta di vederlo lì, tra le fiabe melense di principesse e cenerentole e il “Cuore” onnipresente. Nessuno lo prendeva mai in prestito, il mio libro, ed ero rimasta malissimo quando la maestra mi ha detto di riportarmelo a casa perchè un altro bambino, Alessandro, quel tonto ignorante e mammone, l’aveva preso in prestito ma si era lamentato che non aveva potuto leggerlo perché era scritto troppo in piccolo. Me lo ficcò in mano, quasi arrabbiata, come se avessi scelto io i caratteri di stampa, d’intesa con l’editore e come se non fosse un’idiozia quella di non leggere un libro perché è scritto troppo in piccolo. Ogni tanto lo rivedo in giro in città, Alessandro, invecchiatissimo, e con la stessa faccia da mammo, e mi viene voglia di andare a dargli uno spintone e dirgli qualcosa come: aaaaaah scritto troppo piccolo!! Ma dì piuttosto che non sapevi leggere! Testone!
E comunque nei miei libri di testo delle elementari si usavano ancora termini come codesto, aviogetto, allorché e massaia, e di conseguenza, un italiano un po’antiquato, ma quasi aulico e raffinato, che forse, pur nella sua semplicità, voleva, nello sforzo immane e prodigioso di quegli anni di alfabetizzazione di massa forzata a botte di italiano standard, scostarsi e innalzarsi dalla parlata comune, quasi sempre contaminata dai dialetti e sforzarsi di insegnare ai bambini una lingua quasi formale e libresca.
E allora eccovi qui un altro esempio della Dipòk decenne. Non un tema vero e proprio questa volta, ma un riassunto estemporaneo, fatto lì per lì, di un racconto edificante letto in classe dalla maestra sulla solidarietà umana. A rileggermi mi faccio davvero uno strano effetto: tra boccioli che si schiudono, pasti frugali, e questo stile un po’pomposo e retorico, ricalcato evidentemente sulle letture che mi propinavano all’epoca. Però, bisogna ammettere, con tanto di paratassi, già allora.
Voto: otto e mezzo. Ebbè!
 
Riassunto di: Solidarietà umana
 
Quest’uomo conduceva una vita originale: amava la solitudine.
Solo la natura gradiva, e quando doveva passare per la città, l’attraversava a capo chino col passo frettoloso.
Considerava la società ingiusta per il fatto che lui era diverso dagli altri, lui era povero.
Viveva in una casa piccola i suoi vestiti erano miseri come le sue sostanze.
Al mattino alzatosi passeggiava lungo i rivi dei fiumi, il gorgoglio dell’acqua gli dava una dolce sensazione come il canto degli uccelli.
Un bocciolo che si schiudeva davanti ai raggi del sole gli sembrava un miracolo.
Mangiava sull’erba un pasto frugale: pane, formaggio e della frutta.
D’estate si addormentava supino sull’erba molle, guardava le stelle, le conosceva tutte le più vicine e le più lontane.
Però un giorno ebbe bisogno di un aiuto che solo una cosa che lui scansava poteva dargli: l’uomo.
Si era allontanato parecchie miglia dalla sua casa e d’un tratto si sentì male.
Si fermò.
Non s’era mai sentito così male e ora non sapeva cosa fare.
Ansava e la solitudine raddoppiava l’ansia.
Tutto ad un tratto sentì un fruscio, attese. Qualcuno lo chiamò fratello. Quest’uomo non conosceva la vita affettiva, pensava che la società fosse ingiusta e cattiva, ma non era così.
Si affidò a quell’uomo che l’aveva chiamato con una parola così espressiva.
E lungo la strada mentre calava la sera anche lui sentì il bisogno di chiamare quell’uomo con la parola che gli aveva aperto il mondo degli affetti e delle amicizie: fratello.

 

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CONFLITTO OTTICO

Caro blog, sono uscita con lui. Abbiamo parlato e parlato e parlato e non so cosa ho detto. Anzi, non ho neanche capito di cosa abbiamo parlato.
Mi ricordo solo un lungo sguardo: ci siamo guardati negli occhi per un tempo infinito.
Quello che a me è sembrato un tempo infinito. Venti minuti, mezzora? Ma figurati.
Ho fatto le prove davanti allo specchio e non possono essere stati più di tredici, quattordici secondi. Prova tu a guardare qualcuno negli occhi per quattordici secondi. Davanti allo specchio ho provato anche a sorridere per quattordici secondi, e non è facile. Perché di sicuro stavo anche sorridendo. Eppure avrei continuato per un'altra mezzora, le orecchie un po’mi fischiavano per il silenzio: intorno probabilmente la gente si era fermata. Quelli del tavolo lungo il muro, erano rimasti immobili: uno girato verso il capotavola con il bicchiere alzato a metà, un altro mentre allungava il braccio verso la saliera, un altro ad arrotolare con la forchetta le pappardelle al sugo d’oca. Il tintinnare di forchette e il vociare della tavolata di fondo non c’era più. La cameriera era sulla porta della cucina con tre piatti in mano e perfino il fumo si era bloccato in tre nuvole leggere e sfilacciate fisse sui bolliti di carne e sulle verdure cotte.
Io sapevo da qualche parte dentro di me che avrei dovuto abbassare lo sguardo, o girare gli occhi a guardare da qualche altra parte. Sentivo delle parole lontane che me lo suggerivano, ma era un pensiero che non riusciva a arrivare, appena abbozzato, come se si fosse perso per strada attraversando dei percorsi lunghissimi dentro i ricordi, o i pensieri, ed ero contenta che non arrivasse. E guardavo lui come per capire perché volevo continuare a guardarlo. Forse lui una risposta ce l’aveva. Ma neanche questo pensiero arrivava. Anzi, non partiva neanche.
Alla fine dei quattordici secondi lui ha girato gli occhi, ha visto la bottiglia dell’acqua e ha pensato di riempire i bicchieri. La gente allora, intorno, ha ripreso a mangiare.

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APPLICAZIONI TECNICHE

Sono ancora qui, con il pacchettino dei miei temi di bambina di quinta elementare, il quaderno di italiano della prima media, un altro quaderno di temi della quinta ginnasio.
E poi quadernoni di matematica, grafici su fogli di carta millimetrata, problemi di geometria su foglio protocollo.
E poi il quadernone che tenevamo per quella materia assurda che erano le Applicazioni tecniche, in cui riuscii a prendere un cinque nel primo trimestre della prima media, pieno di ritagli di tessuto, disegni di spiegazioni minuziose per realizzare decorazioni natalizie, pesci di carta velina intrecciata e orrendi soprammobili con tappi di sughero.
Ricordo ancora la faccia di mio padre quando vide il cinque in mezzo ai sette e agli otto della pagella: e questo cos’è?! In applicazioni tecniche?? Ma se sei bravissima in disegno! Cercai di spiegargli che qui non si trattava di disegnare, ma che la professoressa era una tipa che sembrava uscita dalle pagine di “Piccole donne”: una con uno chignon grigio, il grembiule nero con collettino bianco ricamato e la mania per i ricami, i centrini all’uncinetto e i cuscini di lana. Gli mostrai il libro che ci toccava leggere sull’economia domestica, con le fotografie di brave massaie che smacchiavano i capi invernali prima di riporli per la bella stagione, o che preparavano la conserva di pomodoro per l’autunno o facevano scopette portafortuna in rafia o portaforbicine in panno lenci.
Io odiavo le applicazioni tecniche, odiavo lei, il suo modo di parlare, odiavo i suoi cazzi di cuscini e le sue cazzo di lezioni, cazzo! (non dissi cazzo né cazzi). Non dissi neanche che al momento stavo leggendo “L’eunuco femmina” di Germaine Greer che avevo trovato tra i libri di mio fratello, perché mio fratello portava a casa anche Playboy e altri libri strani che forse non avrei dovuto leggere, anche se nessuno mi aveva mai detto niente a proposito.
Non ci capivo molto, nel libro, ma quello che diceva sulle donne mi pareva giusto e nuovo. Molto più di tutte quelle menate su centrini e brave donne di casa.
Mio padre disse che sarebbe andato a parlare con la professoressa di Applicazioni Tecniche, e la cosa mi sembrò stranissima perché i miei non andavano mai a parlare con i miei insegnanti. Tanto cosa vuoi che mi dicano? Che sei brava? Beh, sì, per esempio, pensavo io. Tanto lo sappiamo già. Ma le cose funzionavano così, a casa mia.
Aspettai con una certa ansia il giorno in cui mio padre andò a parlare con la mia insegnante. Probabilmente aveva anche dovuto prendere un giorno libero al lavoro, e questo mi faceva sembrare la cosa ancora più importante.
Eppure la mattina in cui tornò dal colloquio a scuola, è uno dei bei ricordi che ho di mio padre. Aspettavo in camera mia, facendo finta di niente, probabilmente facendo finta di studiare, in realtà sperando che venisse a dirmi qualcosa.
Lui socchiuse la porta, mise dentro la testa e mi disse, con un mezzo sorriso: “sono andato a parlare con la tua professoressa” e aggiunse, un po’imbarazzato: “cerca di lasciarla perdere” “lasciarla perdere?” che voleva dire? da quando si potevano lasciar perdere i professori? “Massì, non l’hai vista com’è? Con il suo grembiulino nero, il collettino bianco, i suoi quadernoni”, fece un sorriso:  “Cerca di finire il cuscino, piuttosto”. E chiuse la porta.
Il cuscino all’uncinetto: un orribile affare che cercavo di lavorare con un apposito uncinetto e pezzetti di lana bianca e blu da annodare a righe bicolori su un canovaccio rigido di plastica bianca, me lo portai avanti e indietro da casa a scuola per tutti i tre anni delle medie. Chiuso in un sacchetto di nylon con le sue matassine bianche e blu e il suo uncinetto, rimase poi per anni su uno scaffale in alto del ripostiglio delle scope. Quando lo buttai via non l’avevo ancora finito.

 

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THE TIMES THEY ARE A-CHANGIN’

camussoCazzo, finalmente una donna normale in un posto di responsabilità. Una che non è strafiga, non è in linea, non è tirata a lucido, si veste come una qualsiasi persona, ha delle meches orrende, non mostra le tette, non ha due cannoli al posto delle labbra, una che porta malissimo i suoi anni e, anzi, non si trucca neanche e soprattutto una che sembra davvero credere in quello che dice.
Ahhhhhh che sospiro di sollievo.
Praticamente una vera.

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